lunedì 19 gennaio 2026

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's accusando la notissima catena di fast food quale principale responsabile della loro obesità: il giudice ha stabilito che le due giovani querelanti avrebbero dovuto dimostrare in qualche modo i (presunti) nefasti effetti sull'organismo umano di un'alimentazione integralmente di marca McDonald's. Un paio d’anni dopo al documentarista americano Morgan Spurlock è venuto in mente l’idea di provarci: dopo essersi messo nelle mani di un gruppo medico di supporto – un cardiologo, una gastroenterologa, un medico generico, una dietologa e un fisiologo dell’esercizio –, si è sottoposto ad un check-up approfondito prima di iniziare il suo tour de force nei fast food delle grandi M, come li chiamano gli americani. Appurato di godere di una salute di ferro ed avere un fisico da atleta, Spurlock dipana a nostro uso e consumo le quattro semplici regole a cui si atterrà durante il suo pazzesco esperimento: ad esplicita domanda, solo Super Size Menu; esclusivamente cibi McDonald’s, acqua inclusa; assaggiare tutto quello che c’è sul menu almeno una volta; tre pasti al giorno senza scuse: colazione, pranzo e cena. L’autolesionistico programma di mangiare per trenta giorni a stretto regime di Big Mac e patatine fritte condurrà il regista statunitense nei MacDonald’s delle principali città d’America, producendo danni ampiamente immaginabili al suo organismo, comunque oltre le attese del suo team medico di supporto, che alla fine dell’autopunitiva esperienza consiglierà maggiore moderazione per il futuro. Super Size Me è un documentario che non trae la propria forza dall’accuratezza dell’inchiesta di base, ma dall’incisività delle immagini, dal ritmo spesso dirompente del montaggio, talvolta supportato da una colonna sonora di marca rock: uno stile insomma che si ispira chiaramente al cinema sopra le righe di Michael Moore e che, esattamente come accade nei film del corpulento cineasta di Flint, è disposto a tutto (faziosità compresa) per raggiungere il proprio risultato, ma ha anche l’indiscusso merito di riuscire a divertire per lunghi tratti del percorso filmico. Non è scientifico il taglio del sondaggio telefonico con cento nutrizionisti, per esempio, dimostra poco il fatto che Spurlock tenti invano per decine di volte di parlare con i responsabili McDonals’s, risulta piuttosto scorretto il parallelo tra la classica famiglia americana che ignora l’inno nazionale ma ricorda il jingle di McDonald’s, come pure la trovata (comunque geniale) dei bambini dell’asilo che scambiano Gesù con il presidente repubblicano George Bush Jr. ma identificano subito il clown eletto a simbolo pubblicitario della McDonald’s: il tutto, abilmente cucinato in sala di montaggio, finisce per costituire un soggettivo atto d’accusa nei confronti non solo della catena di fast food più nota a livello internazionale, ma generalmente di tutta l’industria alimentare americana, rea di intrufolarsi nelle mense scolastiche e di puntare su fasce di utenza sempre più verdi. Ma nel libero mercato l’esigenza di regolamentazione non va imputata a chi governa? Ad ogni buon conto McDonald’s non ha avuto torto nella causa intentata dalle due ragazze obese. In compenso è stato eliminato il Super Size Menu, ma non per merito del successo internazionale del documentario di Spurlock, almeno stando al giudizio degli addetti alle relazioni col pubblico della nota catena americana. Per trenta giorni, tre volte al giorno, Morgan Spurlock si è sottoposto ad un regime alimentare integralmente di marca McDonald’s, acqua compresa. Per rendere più realistico il risultato il regista-cavia si è imposto di seguire sempre (quando proposti) i suggerimenti dei commessi – che per una regola di elementare logica commerciale, tendono spesso a consigliare i menu in promozione –. Alla fine Spurlock è ingrassato di quasi undici chili, è riuscito a compromettere il proprio fegato, pregiudicando completamente un quadro clinico che evidenziava un fisico da atleta. I primi ad essere sorpresi dagli eccessivi effetti fisiologici indotti da questa dieta da fast food integrale nel corso del film sono gli stessi componenti del team medico che Spurlock ha scelto per farsi monitorare durante il suo esperimento gastronomico: d’altra parte gli effetti in questione erano ampiamente prevedibili perché qualunque tipologia di regime alimentare estremo non può che agire negativamente sull’organismo umano. L’assunzione quotidiana di circa cinquemila calorie – per certi versi una cosciente operazione autopunitiva – oltre a far lievitare il peso corporeo del regista ‘cavia’ ha fatto innalzare pericolosamente il tasso di colesterolo nel suo sangue, compromettendo al contempo il suo fegato, innalzando la soglia di rischio di malattie cardiovascolari e producendo all’occorrenza crisi depressive. In ogni caso il regista americano per tornare al suo peso forma ha dovuto sottoporsi per circa due anni ad una dieta quasi esclusivamente vegetariana. Morgan Spurlock (1970-2024) filmaker del West Virginia, ha esordito nella regia con questo documentario da lui stesso scritto, diretto ed interpretato. Super Size Me ha avuto un grande successo di pubblico in tutto il mondo, ed in particolare in patria, dove è risultato il quarto documentario più visto di sempre dopo Fahrenheit 9/11 e Bowling a Columbine di Michael Moore, e Il popolo migratore di Jacques Perrin, Jacques Cluzaud e Michel Debats. Il suo polemico documentario è valso a Spurlock il premio per la miglior regia all’edizione 2004 del Sundance Film Festival e la nomination di categoria all’Oscar.

Super size me, regia di Morgan Spurlock, con Morgan Spurlock; documentario; U.S.A.; 2004; C.; dur. 1h e 38’

martedì 6 gennaio 2026

GIOIA MIA

L’esordio dietro la macchina da presa di Margherita Spampinato, sorprendentemente maturo per delicatezza e misura, s’intitola Gioia mia, un film di cui la stessa regista siciliana ha scritto la sceneggiatura. La storia è semplice quanto attuale: ne è protagonista un ragazzino cresciuto in una famiglia che lavora e che l’ha affidato a una babysitter. Si chiama Nico, è piuttosto viziato e sembra letteralmente dipendente dal cellulare con cui passa quasi interamente le sue giornate. Siccome è estate ma i genitori lavorano e la babysitter ha in programma di sposarsi e trasferirsi altrove, Nico viene mandato contro la sua volontà a trascorrere un mese in Sicilia in compagnia di una vecchia zia, Gela, di pochissime parole e contraria alla tecnologia, tanto che in casa sua non c’è nemmeno la connessione wifi. La donna s’impegna subito per staccare il nipote dal telefonino, cerca di insegnargli le buone maniere e prova a togliergli vezzi che giudica discutibili, come le unghie colorate. Non è un rapporto facile perché Gela è una cattolica molto devota (casa sua trabocca letteralmente di icone religiose) e cucina solo piatti tradizionali come le sarde a beccafico che ancora il nipote non è in grado di apprezzare.  Nico ha l’impressione d’esser finito in un vero inferno, infatti il suo primo commento telefonico con la mamma esprime una chiara insoddisfazione: “Come deve andare? M’hai spedito nel Medioevo”. Mentre passano i giorni, però, qualcosa cambia: nel palazzo di Gela ci sono altri ragazzini affidati alle rispettive nonne per le vacanze estive, e c’è anche un inquietante mistero che riguarda la presenza di spiriti di cui parlano un po’ tutti. Dopo le prime difficoltà relazionali, pian piano Nico si svincola un po’ dalla dipendenza da cellulare, comincia a giocare a carte con la zia, l’accompagna a passeggio, apprezza la compagnia del vecchio cagnolino di Gela, e soprattutto diventa amico di Rosa, la ragazzina più in gamba del caseggiato, che lo induce a mettersi alla prova con effrazioni in appartamenti (teoricamente) disabitati ma forse infestati dagli spiriti. Nel frattempo cresce l’autonomia del ragazzino, che scoprirà l’importanza dei rapporti umani ma anche l’utilità della noia, l’importanza dei silenzi, del tempo vuoto e perfino del riposino pomeridiano, esperienza quasi iniziatica per un bambino cresciuto scrollando uno schermo digitale all’infinito. La grande sorpresa però sarà imparare a conoscere una vecchia zia che si rivelerà molto più interessante rispetto alla prima impressione. Il film racconta con toni delicati e struggenti lo strano incontro tra due generazioni molto distanti e tra due mondi apparentemente agli antipodi: la magia che ne scaturisce è sottile e difficile da decifrare, ma è proprio questa opacità a conferire autenticità a questa storia. Gioia mia è il canto elegiaco del tempo che trascorre e di quei timidi, trasognati passi che segnano il transito dall’infanzia all’adolescenza: i divieti, i segreti del passato, le attività proibite, il fascino del primo bacio, l’ostilità verso chi viene da fuori. L’opera prima di Margherita Spampinato è una storia piccola solo in apparenza, capace di lasciare nello spettatore una nostalgia lieve e persistente, come certe estati che non tornano più. Nella convincente prova complessiva del cast spicca l’eccezionale performance di Aurora Quattrocchi, che al Festival di Locarno 2025 ha ricevuto il Pardo per la migliore interpretazione. Assolutamente da vedere.

Gioia mia, regia di Margherita Spampinato, con Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Martina Ziami, Camille Dugay; drammatico; Italia; 2025; C.; dur. 1h e 30’ 

mercoledì 15 gennaio 2025

THE FAMILY MAN

Ricordate il Canto di Natale di Charles Dickens? Se spostiamo l'azione a New York, ai giorni nostri e premendo l'acceleratore in direzione sentimentale, il risultato sarà più o meno The family man di Brett Ratner, il regista di Rush Hour - Due mine vaganti, al suo primo tentativo di sophisticated comedy di marca natalizia. La storia è semplice e già vista, ma ben interpretata, ravvivata da buone battute e, last but not least, con quel pizzico di magia che non guasta mai. Protagonista di The family man è Jack Campbell, dinamico presidente di una multinazionale che, proprio alla vigilia di Natale, sta programmando la fusione societaria da svariati milioni di dollari: tutti i suoi pensieri sono ovviamente concentrati sull'affare dell'anno ma, nonostante abbia avuto dalla vita ogni cosa il denaro possa comprare, Jack pare sentire la solitudine, anche perché, proprio quel giorno, ha ricevuto la telefonata di Kate, una ragazza che avrebbe sicuramente sposato tredici anni prima, se non fosse partito per Londra ad iniziare una carriera di successo. A New York capita talvolta d'incontrare un angelo di colore (che pare un mezzo criminale, in effetti) che ti consente di dare una sbirciatina ad una possibile vita alternativa: e così Jack Campbell si addormenta (disperatamente solo) nel suo lussuoso attico di Manhattan per svegliarsi il mattino dopo in una villetta nel New Jersey (con 120 rate di mutuo ancora da pagare), con accanto la bella Kate come sarebbe oggi se quel giorno, tredici anni prima, il protagonista non fosse partito per Londra e l'avesse sposata secondo copione. Jack non ha più la sua rombante Ferrari ma una normale monovolume, non lavora più a Wall Street ma vende gomme al dettaglio da Big Ed, non indossa completi griffati ma abiti sotto la media, non mangia in ristoranti francesi ma gioca a bowling, non è più solo ma, oltre alla moglie, ha un cane e due bambini - tra cui la figlia che, accorgendosi del suo stato confusionale, pensa che il padre sia stato sostituito da un alieno -. Dopo l'inevitabile shock iniziale, Jack inizia a scoprire gioie e dolori della vita matrimoniale e, tra un cambio di pannolini e l'altro, arriverà anche il momento del ritorno alla realtà, perché le sbirciatine (si sa) sono una cosa transitoria, anche se in questo caso preludono all'immancabile happy ending romantico. Già, perché The family man è una commedia piacevole che, pur volando basso sul versante dei messaggi, conserva una certa freschezza fino ai titoli di coda e presenta un simpatico ritratto di famiglia americana media con qualche spunto alla Frank Capra. Quel pizzico di magia aggiuntiva cui alludevamo in apertura è assai consono alla tipologia della commedia, un classico what if... sospeso a metà tra Sliding doors e Ricomincio da capo. Nel cast spicca la prova a doppio registro di Nicolas Cage, spietato affarista di Wall Street 'convertito' a tranquillo padre di famiglia, più o meno come l'avarissimo Scrooge protagonista del dickensiano Canto di Natale dopo aver ricevuto la visita di tre ectoplasmi, in particolare quella molto inquietante da parte dello spirito del Natale futuro...

The Family Man, regia di Brett Ratner, con Nicolas Cage, Téa Leoni, Don Cheadle, Jeremy Piven, Makenzie Vega; commedia; Usa; 2000; C.; dur. 1h e 55'


giovedì 13 giugno 2024

APOLLO 13: HOUSTON, ABBIAMO UN PROBLEMA...

Ispirato dal libro Lost Moon di Jim Lovell e Jeffrey Kluger, il film di Ron Howard descrive dettagliatamente la missione spaziale della NASA denominata Apollo 13, decollata l’11 aprile del 1970 e rimasta celebre perché un grave incidente mise a serio rischio le vite dei tre astronauti americani Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise. Si tratta della missione in cui fu pronunciata la storica battuta “Houston, abbiamo un problema”, in seguito alla quale fu attuato il più incredibile salvataggio a distanza della storia umana. Tutto prende avvio circa un anno prima, il 20 luglio 1969, quando viene celebrato in diretta televisiva il leggendario sbarco sulla Luna di Neil Armstrong nell’ambito della missione Apollo 11, il cui equipaggio di riserva era costituito da Jim Lovell, Bill Anders e Fred Haise. Non passano che pochi giorni e questi ultimi vengono scelti per sostituire l’equipaggio dell’Apollo 13 agli ordini di Alan Shepard, estromesso per un problema uditivo. A tre giorni dal lancio dell’Apollo 13 si verifica un incidente per l’esplosione dei serbatoi di ossigeno: la navicella è danneggiata in modo irreversibile e la missione, che prevedeva l’allunaggio, annullata. Da quel momento diventa prioritario cercare di far sopravvivere i tre astronauti e riportarli a terra. Dopo l’iniziale scoraggiamento generale, il direttore di volo Gene Krantz organizza al meglio tutte le forze della NASA per quella che è diventata la più straordinaria operazione di salvataggio di tutti i tempi: per ottenere lo scopo viene richiamato in servizio anche Ken Mattingly, componente dell’equipaggio originale estromesso dalla missione per il sospetto di un contagio da morbillo. Proprio lui offre un contributo fondamentale per creare una procedura in grado di riportare a terra la navicella nonostante i sistemi di bordo siano mal funzionanti o parzialmente indisponibili. Nei tre giorni seguenti il mondo intero seguirà la vicenda alla TV col fiato sospeso sperando in un lieto fine che sembra quanto mai difficile. Apollo 13 ricostruisce con grande efficacia documentaristica la missione spaziale più ricca di suspense della corsa allo spazio, decollata quando già l’interesse dei mass media era in forte calo dopo aver toccato l’apice con l’allunaggio del 1969. Paradossalmente i tre protagonisti non riuscirono mai a raggiungere la Luna in seguito, mentre Ken Mattilngly, l’unico rimasto fuori dal progetto, ci riuscì con la missione Apollo 16: Jim Lovell continuò a lavorare nella sala controllo della NASA fino al pensionamento, Fred Haise si ritirò dalla NASA dopo l’annullamento della missione Apollo 18, mentre Jack Swigert si licenziò dall’agenzia spaziale americana per intraprendere la carriera politica, fu eletto al Congresso per lo stato del Colorado ma morì prima di assumere la carica. Nel complesso Ron Howard ha diretto con maestria didascalica il gruppo di star hollywoodiane assemblato per il cast, in cui spiccano secondo copione il protagonista Tom Hanks e il solito Ed Harris alle prese con l’ennesima caratterizzazione di spessore della sua carriera. Apollo 13 tratteggia un quadro molto realistico della società americana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, già completamente focalizzata sull’informazione televisiva ma pronta a dimenticare un evento un attimo dopo che non è più sulla cresta dell’onda: è appunto quel che era successo alle missioni della NASA dopo aver vinto la corsa allo spazio con l’URSS in seguito all’allunaggio del 1969, che aveva fatto calare drasticamente l’interesse per le missioni successive, interesse che si riaccese in modo istantaneo in seguito alle drammatiche vicissitudini dell’Apollo 13. Pellicola notevole anche sul versante tecnico: nel 1996 al film di Ron Howard sono stati infatti assegnati due Oscar tecnici per il miglior montaggio e per il miglior sonoro. Da vedere.

Apollo 13, regia di Ron Howard, con Tom Hanks, Kevin Bacon, Bill Paxton, Gary Sinise, Ed Harris, Kathleen Quinlan; drammatico; U.S.A.; 1995; C.; dur. 134’

martedì 14 maggio 2024

WARGAMES - GIOCHI DI GUERRA

Primi anni Ottanta, al tramonto della Guerra Fredda, quando ancora sussisteva il pericolo concreto di una terza guerra mondiale a causa delle batterie di missili termonucleari degli U.S.A. e dell’Unione Sovietica. Ma al tempo stesso l’alba dell’era informatica, che dura ancora adesso. Il protagonista di Wargames è David Lightman, un normalissimo adolescente americano che ha un pessimo rendimento scolastico ma che è un vero e proprio genio dei computer: cercando notizie in anteprima su dei videogames di nuova generazione della Protovision, il ragazzo per caso riesce ad entrare in contatto con il WOPR (War Operation Plan Response), il supercalcolatore del sistema di difesa degli States, che passa tutto il tempo ad elaborare piani di attacco e di difesa in vista di un eventuale conflitto con i Sovietici. Dopo aver letto la lista dei giochi di strategia del WOPR, che crede di comunicare con il suo programmatore originale, il defunto Dott. Falken, David seleziona la guerra termonucleare globale e si schiera con i Russi. L’inizio di partita viene avvertito dai tecnici militari degli Stati Uniti come un attacco reale da parte dei Sovietici: gli Americani portano così lo stato di difesa (Defcon) sul livello 3 avvicinandosi sempre più verso la guerra, perché il calcolatore non fa differenza tra realtà virtuale ed effettiva. Va da sé che le mosse dello stato maggiore americano saranno interpretate come provocazioni in piena regola nei confronti dell’U.R.S.S. Catturato, David racconta la verità sull’accaduto ma nessuno gli presta fiducia, così che non gli resta che scappare e raggiungere il programmatore del WOPR, ovvero Stephen Falken, che non è morto ma ha cambiato identità e tipologia di ricerca dedicandosi alla paleontologia: il giovane protagonista cercherà di convincerlo a fermare il perverso sistema innescato inconsapevolmente da David. Persuaso dal ragazzo, lo scienziato fa ritorno con lui e con una compagna di classe (e d’avventura) nella stanza dei bottoni appena in tempo perché il sistema blindato che protegge il WOPR si attivi rendendo impossibile il contatto con l’esterno: siamo infatti alle soglie della terza guerra mondiale, a Defcon 1, e tra poco dai silos americani e sovietici i missili termonucleari saranno lanciati per davvero. Il WOPR, che impareremo a chiamare Joshua (come il defunto figlio del suo creatore, il Dott. Falken), sta infatti cercando di trovare i codici di lancio numerici per lanciare i missili, inviandoli a caso finché non avrà individuato quelli corretti. A pochi secondi dalla fine David indurrà il supercalcolatore a giocare a Tris contro se stesso, facendogli comprendere il concetto di stallo, che lui applicherà ad ogni tipo di conflitto simulato, arrivando così incontrovertibilmente alla conclusione che non c’è mai nessun vincitore. In un crescendo altamente spettacolare apprenderemo con lui dell’esistenza di situazioni in cui “l'unica mossa vincente è non giocare“, ovvero la pace. All’uscita il Wargames ottenne a sorpresa un grande successo internazionale e fece molto discutere per la potenziale pericolosità delle applicazioni della nascente scienza dell’informatica in ambito bellico. David è infatti uno dei primi hacker di celluloide ma, a differenza dei suoi successori, innesca per caso ed involontariamente un’escalation di eventi che potrebbe causare la terza guerra mondiale. Wargames è uno dei film d’azione sull’adolescenza e dintorni più intriganti degli ultimi quarant’anni e racconta come poche altre pellicole la storia di un ragazzo stritolato in un ingranaggio troppo più grande di lui, ma che in se stesso riesce comunque a trovare le risorse per fare la cosa giusta e rimettere tutto a posto. Gran parte dell’attrattiva della trama è data dal gran ritmo con cui gli eventi, rigidamente connessi l’uno con l’altro, si susseguono in una serrata corsa contro il tempo. Il protagonista, Matthew Broderick, divenne subito famoso ed avviò con questo ruolo una fortunata carriera cinematografica, inizialmente limitata soltanto a ruoli da teenager. Questa fortunata pellicola descrive in modo particolarmente incisivo il periodo finale della cosiddetta Guerra Fredda, che dagli anni Cinquanta opponeva due superpotenze come gli U.S.A. e l’U.R.S.S., nazioni antagoniste ed agli antipodi anche dal punto di vista ideologico (modello consumistico opposto al socialismo reale). Il film di John Badham, già autore di un successo generazionale come La febbre del sabato sera, prende spunto dalla diffusa mania degli adolescenti dell’epoca per i computer in generale e per i giochi elettronici in particolare, di cui il protagonista è un appassionato utente: lo vediamo la prima volta proprio mentre sta giocando a Galaga, un videogame molto popolare all’inizio degli anni Ottanta, e lo vedremo entrare fatalmente in contatto con il WOPR cercando di trovare informazioni su alcuni videogames di nuova generazione. Il film di John Badham è anche la prima pellicola che affronta in modo articolato il tema dell’informatica, che proprio all’inizio degli anni Ottanta cominciò ad entrare nelle case americane, ispirando un gran numero di adolescenti a compiere atti illeciti come entrare negli archivi privati di scuole, aziende o enti governativi. Per certi versi Wargames costituisce anche la pellicola che anticipa l’esplosione di Internet nel decennio successivo: la diffusione di una rete informatica a livello globale si rivelò uno dei fattori costitutivi della globalizzazione. Alcune celebri sequenze del film hanno preso spunto dalla realtà come la tecnica di telefonare a un’intera zona per identificare un recapito (ribattezzata dagli hackers del periodo “wordializing” in onore del film) o quella di usare la linguetta di una lattina per mandare in cortocircuito un telefono pubblico e fare una chiamata gratuitamente. È invece fantasia la ricerca dei codici di lancio dei missili nucleari che Joshua trova un numero alla volta (in realtà i computer dell’epoca avrebbero impiegato giorni per individuare la sequenza giusta). Il film fu visto anche dal presidente americano di allora, Ronald Reagan, che volle intensificare le procedure di sicurezza dell’arsenale strategico degli U.S.A. Curiosamente la sceneggiatura del film iniziò a girare alla fine degli anni Settanta e in un primo momento avrebbe dovuto essere l’ex beatle John Lennon ad interpretare il ruolo del Prof. Falken.

Wargames - Giochi di guerra (Wargames), regia di John Badham, con Matthew Broderick, Dabney Coleman, John Wood, Ally Sheedy, Barry Corbin; avventura/azione; U.S.A.; 1983; C.; dur. 1h e 54’

domenica 12 maggio 2024

I BAMBINI DI GAZA – SULLE ONDE DELLA LIBERTÀ

Striscia di Gaza, 2003: il film d’esordio del regista italoamericano Loris Lai prende avvio nel pieno della seconda intifada in un territorio in cui il 43% della popolazione ha meno di quattordici anni e nessuno è al sicuro nella propria casa, dato che si tratta di una zona talmente sovrappopolata che i bombardamenti finiscono sempre per far vittime tra i civili. Il protagonista della storia ha undici anni e si chiama Mahmud: vive con la madre Farah, che aiuta a vendere mazzi di timo, non ha più il padre, uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. Mahmud va a scuola senza troppo entusiasmo, gioca a calcio in un campo scalcinato con gli amici e con loro mima il conflitto tra Israeliani e Palestinesi, ma la sua vera passione è il surf: appena gli è possibile, corre sulla spiaggia e cerca di cavalcare le onde, dimenticando le miserie della vita di tutti i giorni. Un giorno il ragazzino scopre che un coetaneo sembra amare il surf come lui, ma sembra che l’altro non sia intenzionato a stringere amicizia con Mahmud perché ogni volta se ne va di gran fretta per evitare il minimo contatto. Incuriosito, Mahmud lo segue fino a casa, oltre i blocchi degli Israeliani, e scopre che si tratta dell’unico figlio di una coppia ebrea che vive nei pressi della striscia di Gaza. Infine Mahmud apprende che il ragazzino si chiama Alon: la diffidenza naturale che separa i due si scioglie quando il cosiddetto “fantasma di Gaza”, un trentenne campione di surf che si chiama Dan, accetta di impartire ad entrambi delle lezioni per migliorare la loro tecnica. Anche Dan ha una storia tormentata alle spalle: è approdato a Gaza in seguito alla morte della sorella, che era venuta in questa terra sfortunata per aiutare i feriti come medico, ed è praticamente diventato dipendente dagli antidolorifici in seguito a un brutto infortunio. Paradossalmente, il mare davanti alla costa di una striscia di terra tra le più tormentate del pianeta, diventerà un luogo di libertà e di equilibrio per i tre: in un certo senso ci riescono anche per la filosofia insita nello sport del surf, che consiste nel trovare un punto di incontro tra qualcosa di solido e un liquido al fine di volare, e ovviamente mentre stai volando non puoi che provare una impagabile sensazione di libertà anche se ti trovi in una prigione a cielo aperto come la striscia di Gaza… Bellissima storia, con un finale struggente e molti momenti che sono altrettanti pugni nello stomaco per lo spettatore. La storia di formazione al centro del film, ispirata al romanzo breve Sulle onde della libertà di Nicoletta Bortolotti, racconta un’amicizia adolescenziale sulla carta impossibile per le divisioni etniche che separano i due protagonisti, Mahmud e Alon, ma resa possibile dal comune amore per il surf. Al tempo stesso la storia cattura un incontro generazionale – favorito sempre dallo sport del surf – tra i due ragazzi e l’ex campione finito nel baratro della dipendenza per le conseguenze di un infortunio e di un dolore personale. I bambini di Gaza cattura poi con tutte le idiosincrasie che emergono sullo sfondo di uno dei luoghi più pericolosi del pianeta: l’odio etnico che si mischia perfino con il gioco, la vita quotidiana che comunque continua in una delle città più invivibili a livello globale, la passione sportiva come mezzo per ritrovare la libertà, l’amicizia tra pari che sboccia nonostante tutto. La regia accompagna la narrazione alternandosi tra i vari personaggi e gli squarci di filosofia del surf che scandiscono la storia: il racconto visivo diventa più decisamente più nervoso nelle scene di maggior impatto drammatico. La prova del cast, equamente distribuito tra attori palestinesi e israeliani, nel complesso convince, soprattutto il giovanissimo protagonista Marwan Hamdan, davvero intenso - peraltro sembra che sul set i due bambini protagonisti fossero diventati amici inseparabili, a differenza delle rispettive madri –. Un film bellissimo ed insostenibile, con un finale struggente di quelli che non si dimenticano.

I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà (How kids roll), regia di Loris Lai, con Marwan Hamdan, Mikhael Fridel, Tom Rhys Harries, Lyna Khoudri, Qassim Gdeh; drammatico; U.S.A.; 2024; C.; dur. 90’

giovedì 11 aprile 2024

The Core

Prende avvio in sordina The Core, proponendoci un inspiegabile fatto di cronaca andato in scena a Chicago ai giorni nostri, con l’improvviso decesso di una serie di persone, morte nello stesso identico momento e tutte corredate di peace-maker. Per chiarire il mistero gli uomini in nero dell’Fbi chiamano il Dr. Josh Keyes, un giovane talento del prestigioso MIT, che comincia a mettere insieme i pezzi dell’intricato mosaico e scopre una realtà sconcertante: il nucleo terrestre ha interrotto il proprio movimento rotatorio per motivi sconosciuti, cominciando a causare una serie di sconvolgimenti climatici di gravità esponenziale che, nel breve volgere di qualche mese, porterà all’estinzione della razza umana. L’apocalisse viene subito confermata a Londra da uno stormo impazzito di uccelli per Trafalgar Square e un crescendo globale di tempeste elettrostatiche che raggiungono il loro spettacolare culmine in quel di Roma con grande profluvio di effetti speciali. Insomma, un quadretto da (classica) fine del mondo, in estrema sintesi, all’apparenza irreversibile, dato che l’unico modo per rimettere in moto il nucleo terrestre sarebbe bombardarlo con testate nucleari sperando di riattivarne la rotazione: un problema insolubile soprattutto considerando che la scienza non è ancora in grado di realizzare una navetta capace di raggiungere il cuore del pianeta perforando migliaia di chilometri di roccia e mantelli metallici vari. Ma quando si hanno a disposizione le infinite risorse del governo a stelle e strisce, tutto diventa possibile: anche reperire quindici miliardi di dollari per sviluppare nel tempo record di soli tre mesi un prototipo sperimentale di serpentone-trivellatore laser concepito da un eccentrico ricercatore di colore. Costruito il mezzo, viene allestita una squadra di ‘terranauti’ guidata da due piloti di Shuttle, dal prode Dr. Keyes, dai suoi colleghi Serge Levecque e Conrad Zimsky, nonché dal progettista dell’ultratecnologico ‘talpone’. The Core prosegue con l’attuazione dell’ardita impresa, che passerà attraverso un macroscopico errore di valutazione ed una serie di ostacoli e sfortune che richiederanno un ingente tributo di sangue da parte dell’equipaggio. Infine, grazie ad una correzione di tiro, ad un’idea estemporanea per risolvere il blocco planetario e ad una buona dose di testardaggine degli eroi superstiti, la rotazione del nucleo sarà riattivata e la Terra salvata. Il tutto per scoprire che il problema era meno casuale di quanto si potesse immaginare e forse involontariamente causato proprio dalla nazione che si è poi impegnata per risolverlo. Nel complesso un discreto film d’azione fantascientifica, dotato di qualche sequenza altamente spettacolare e di un buon ritmo, nonostante la storia sia scontata non solo per l’happy ending ma in tutta l’evoluzione del plot. Buona anche la prova complessiva del cast (in cui brilla il convincente protagonista Aaron Eckhart), per quanto tutti i personaggi risultino abbastanza ‘grezzi’ sul fronte narrativo. Una tranquilla variazione sul tema di filmoni catastrofici americani sullo stile di Armageddon e Deep Impact, magari con un filo di retorica in meno, il che certamente non guasta, ma siamo ben lontani dalle suggestioni del leggendario Viaggio al centro della Terra di Jules Verne...

The Core, regia di Jon Amiel, con Aaron Eckhart, Hilary Swank, Delroy Lindo, Stanley Tucci, Tcheky Karyo, Nicole Leroux; fantascienza; Usa/Gran Bret.; 2003; C.; dur. 2h e 15'

giovedì 29 febbraio 2024

MONSTERS & CO.: QUANDO IL SOGNO SI FA PIXAR

Ma esistono i mostri? Stando a Monsters & Co. di Pete Docter, parrebbe proprio di sì: i mostri si nascondono nell’oscurità, dietro porte ed armadi, pronti a manifestarsi all’improvviso per spaventare i bambini e raccoglierne le urla di terrore, una tipologia di energia rinnovabile, pulita e inquietante. I mostri made in Pixar vivono a Mostropoli, un mondo parallelo abitato da raccapriccianti creature di ogni forma e dimensione, molti dei quali che lavorano presso la Monsters & Co., una sorta di fabbrica dello spavento, una centrale energetica in cui le urla di paura infantili sono raccolte e convertite – previa trasformazione attraverso macchinari ipertecnologici – nell’energia elettrica indispensabile alla sopravvivenza del pianeta. Peraltro a Mostropoli corrono tempi duri, perché atterrire i bambini sta diventano un’impresa sempre più ardua: alla Monsters & Co. si confida sul ‘terrorizzatore’ del momento, ovvero James P. Sullivan, detto Sulley, un colosso di due metri e mezzo dotato di corna e coperto di peli verdi e blu. Sulley, aiutato dall’assistente Mike Wazowski, un simpatico monocolo verde, è all’apice della popolarità e deve solo guardarsi dal secondo maestro del terrore, il camaleontico Randall Boggs. Ma un imprevisto incombe sul protagonista: una notte Sulley si accorge infatti che una porta dimensionale della Monsters & Co. è rimasta aperta. Mentre indaga sulla cosa senza accorgersene Sulley lascia entrare a Mostropoli la piccola Boo, una bambina che, per niente intimorita dalle orribili fattezze delle creature che la circondano, entra subito in confidenza con i due mostri dal cuore d’oro, minacciando di combinarne delle belle. Sulley e Mike dovranno trovare un modo di rimandare Boo nel proprio mondo perché, strano a dirsi, i cittadini di Mostropoli hanno un’atavica paura dei bambini: li ritengono altamente tossici e sono convinti che un contatto diretto con loro avrebbe conseguenze letali. Monsters & Co. è basato sul rovesciamento delle assiomatiche certezze in materia orrorifica: anche i mostri hanno paura, ed il loro incubo sono proprio i bambini. Felicemente sospeso tra la verve della Disney e la fantasia onirica di Tim Burton, l’ennesimo capolavoro d’animazione della Pixar – dopo Toy Story (con relativi sequel) e A bug’s life – risulta esilarante, ricco d’ironia e dotato di citazioni filmiche in serie, ovvero i punti di forza del notevole Shrek: entrambe le pellicole sono state infatti candidate al primo Oscar nella nuova categoria cartoon (poi attribuito all’orco verde della Dreamworks). Tra una scena e l’altra il film offre anche uno spaccato non banale sulla percezione delle diversità, sull’importanza dell’energia (e del profitto) nel mondo contemporaneo e sul valore simbolico del sogno. Una fiaba d’animazione ad orologeria e ricca di immaginazione con un cast di personaggi davvero indimenticabili: assolutamente da non perdere.

Monsters & Co. - Monsters Inc., regia di Pete Docter; animazione; Usa; 2001; C.; dur. 1h e 31'

domenica 11 febbraio 2024

SCHOOL OF ROCK

Raramente un film riesce a coniugare la passione per la musica rock con l’ambientazione scolastica con la stessa efficacia di School of Rock di Richard Linklater, che è riuscito a colpire nel bersaglio soprattutto grazie all’istrionica interpretazione di Jack Black ed al fortunato casting che ha assemblato la classe degli alunni del protagonista. La storia è semplice quanto efficace: Dewey Finn è un chitarrista animato dal classico sogno di diventare una rockstar ma viene buttato fuori dal suo gruppo per il suo eccessivo protagonismo sul palco, così, trovandosi in bolletta, coglie al volo l’occasione di una supplenza proposta al suo coinquilino, Ned Schneebly, che ha abbandonato il rock per dedicarsi all’insegnamento. Spacciandosi per quest’ultimo, Dewey prende servizio alla Horace Green, una delle più prestigiose scuole elementari cittadine, con l’obiettivo di far passare il tempo in un’eterna ricreazione per arrivare allo stipendio. Un giorno, per caso, si accorge che molti ragazzi della sua classe sono talentuosi musicisti, anche se non molto ispirati dei brani di musica classica che devono eseguire, così decide di trasformare i propri studenti in una rock band per farli partecipare alla battaglia delle band (e magari a vincere la competizione). Il progetto contagia i ragazzi, a cui vengono assegnati i ruoli sul palco (ovvero i musicisti) e a supporto dello show (costumista, sicurezza, tecnico delle luci, manager e così via). Quando arriva il gran giorno dell’audizione, il variegato gruppo arriva in ritardo, ma Dewey riesce a convincere gli organizzatori ad ascoltare i suoi ragazzini spacciandoli come malati terminali. Alla fine, a causa dell’insopportabile fidanzata dell’amico Ned, l’inganno del protagonista viene denunciato e lui licenziato in tronco, ma saranno gli stessi ragazzi a fuggire da scuola trascinando l’ex docente sul palco per la battaglia delle band conquistando il pubblico e gli inferociti genitori che li stanno cercando. L’happy ending incombe sulla storia preparandone lo sviluppo in chiave rock con un doposcuola musicale. La sceneggiatura di Mike White (che interpreta nel cast il personaggio di Ned Schneebly) è semplice ma cattura subito l’attenzione e fila come un orologio svizzero contrappuntata da una colonna sonora all’insegna di numerosi classici di varie rock band: Doors, Clash, Deep Purple, Who, AC/DC, Black Sabbath, Ramones, T.Rex, David Bowie e, incredibilmente, anche Led Zeppelin (convinti a concedere l’uso di Immigrant Song grazie ad una ‘preghiera’ di Jack Black davanti a un pubblico adorante poi entrata negli extra del DVD del film). La commedia funziona anche grazie alla simpaticissima preside di Joan Cusack, divenuta ingessata per timore dei fastidiosi genitori con cui ha a che fare ma che nasconde dentro di sé un’accanita fan di Stevie Nicks. Dalla prospettiva degli alunni School of Rock è un divertente film sulla scuola, mentre rispetto al punto di vista del protagonista costituisce un film di formazione sulle seconde possibilità professionali che talvolta si verificano nella vita: nello specifico un musicista fallito si dimostra un appassionato insegnante di rock capace di contagiare i suoi studenti a trecentosessanta gradi. Assolutamente da vedere, soprattutto in attesa della canzone preparata dal gruppo di Dewey per la battaglia delle band, School of Rock, appunto, e della cover di It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock 'n' Roll) degli AC/DC che i ragazzi suonano sui titoli di coda.

School of Rock, regia di Richard Linklater, con Jack Black, Kevin Alexander Clark, Miranda Cosgrove, Rebecca Julia Brown, Joey Gaydos Jr.,Mike White, Joan Cusack; commedia/musicale; U.S.A.; 2003; C.; dur. 1h e 45’

domenica 4 febbraio 2024

SHREK: SE L'ORCO DIVENTA UN EROE DA FIABA

Shrek è un cartoon prodotto dalla Dreamworks e co-diretto da Andrew Adamson e Victoria Jenson. Questo film d'animazione (rigorosamente computerizzata) è l'adattamento dell'omonimo romanzo per ragazzi di William Steig e la relativa sceneggiatura è stata firmata dal quartetto composto da Ted Elliot, Terry Rossio, Roger Schulman e Joe Stillman. Protagonista della storia è appunto Shrek, un orco verde un po' scorbutico ma dal cuore d'oro e dall'indole generosa, naturalmente schivo e ormai rassegnato al fatto di essere sempre giudicato in base al suo aspetto poco rassicurante. Per tutti questi motivi Shrek vive solitario in una palude sperduta ma la sua quiete è interrotta dall’incontro con Ciuchino, un mulo parlante che chiacchiera in continuazione e che segue l’orco fino a casa in quanto è scappato dalla padrona che l’ha venduto al truce Lord Farquaad, un losco signore che non sopporta le creature magiche e che le sta “comprando” per esiliarle dal suo feudo, Duloc. Shrek acconsente a dare temporaneamente ospitalità a Ciuchino ma la sera stessa la sua palude viene letteralmente invasa da una vera e propria miriade di personaggi del regno delle fiabe, in cerca di una nuova casa perché scacciati da Farquaad, che ha dimensioni assai ridotte e inversamente proporzionali al suo smisurato ego. Per risolvere la faccenda Shrek si fa condurre da Ciuchino fino a Duloc, la città di Farquaad, che gli scatena contro i cavalieri che ha richiamato per un torneo il cui vincitore dovrà partire per una pericolosissima missione per suo conto. Così, dopo averli abbattuti tutti con l'aiuto di Ciuchino, per salvare il mondo incantato cui lui stesso appartiene (e recuperare così la tranquillità infranta), il protagonista dovrà scendere a compromessi con Farquaad e sobbarcarsi il salvataggio della splendida principessa Fiona, tenuta prigioniera in un inespugnabile castello difeso da un terribile drago: il minuscolo signore vuole liberarla per sposarla e diventare un re. Nell'impresa Shrek sarà accompagnato dal simpatico Ciuchino e finirà fatalmente per innamorarsi della bella principessa, che forse ha un imbarazzante segreto da nascondere. Nella versione originale ai personaggi animati hanno prestato le proprie voci noti attori hollywoodiani del calibro di Mike Myers, Eddie Murphy, Cameron Diaz e John Lithgow. Nel film della Dreamworks compaiono numerose citazioni in chiave fiabesca, praticamente una in ogni sequenza del film, e soprattutto riguardo personaggi della concorrente Disney, spesso ritratti attraverso un'ottica irresistibilmente parodica: non a caso l'orco è costretto ad ospitare in casa sua in contemporanea una trentina di 'colleghi', tra i quali figurano Pinocchio, i tre porcellini, Peter Pan, Biancaneve ed i sette nani. Particolarmente notevole la sequenza che vede impegnata la principessa Fiona in un combattimento a base di arti marziali sulla falsa riga di Matrix delle sorelle Wachowski. Un cartoon nel complesso originale, divertente ed a tratti spettacolare: il film di Andrew Adamson e Victoria Jenson si profila come una caleidoscopica antologia fiabesca, ricca di colori, suoni e splendide immagini. Davvero straripante dal punto di vista narrativo, il film della Dreamworks rilegge il genere della fiaba con numerose idee originali: lo specchio magico che sembra un presentatore televisivo, una principessa dotata di un lato oscuro (a fronte di un orco di buon cuore), un drago che in realtà è una draghessa che si innamora di un mulo parlante, un happy ending che è il trionfo della diversità… Per le molteplici chiavi di lettura Shrek è riuscito a catturare l’attenzione di spettatori grandi e piccoli risultando il quarto film più visto del 2001 e si è aggiudicato il primo storico Oscar al miglior film d’animazione, categoria istituita dall’Academy Award proprio nel 2002. Dopo il successo di questo film la DreamWorks ne ha prodotto ben tre sequel e due spin-off dedicati al Gatto con gli Stivali, personaggio entrato nel cast di Shrek 2.

Shrek, regia di Andrew Adamson e Victoria Jenson; animazione; Usa; 2001; C.; dur. 1h e 30'

mercoledì 8 marzo 2023

HUNGER GAMES... E POSSA LA FORTUNA ESSERE SEMPRE A VOSTRO FAVORE

Già prima di uscire nelle sale era logico attendersi che questo film sarebbe diventato un grande successo internazionale: si tratta di Hunger Games, l'atto primo di una tetralogia che prende spunto dall'omonimo romanzo per ragazzi di Suzanne Collins, un bestseller osannato da gran parte della critica e molto amato dagli adolescenti, nei cuori dei quali ha un po' sostituito la saga di Twilight. L'operazione di traslazione cinematografica è stata affidata al talentuoso Gary Ross, valente sceneggiatore e regista di Pleasantville e di Seabiscuit. La storia è ambientata in un mondo prossimo e venturo nella nazione di Panem, che si è costituita in Nord America in un futuro post-apocalittico. Il potente governo centrale di Panem da Capitol City amministra con mano saldamente autoritaria i dodici distretti in cui è suddiviso lo stato, ma c'è stato un tempo in cui i distretto erano tredici e osarono rivoltarsi. La ribellione però fu stroncata duramente e il Distretto 13 distrutto: da allora, per instillare nei cittadini l'idea che neppure gli adolescenti possono sottrarsi al controllo del governo, ogni anno nella capitale sono organizzati gli Hunger Games, una sorta di estremo reality televisivo in cui ventiquattro ragazzi devono sfidarsi a una gara di sopravvivenza da cui uscirà un solo vincitore, un unico superstite: ogni distretto sorteggia infatti per questo letale spettacolo un ragazzo e una ragazza di età compresa tra gli 11 e i 18 anni. Ovviamente partecipare equivale a una quasi sicura condanna a morte, ma è esattamente quello che la giovane Katniss Everdeen è costretta a fare, offrendosi come volontaria per salvare la sorella minore, che era stata estratta come rappresentante del Distretto 12, il più misero e sfortunato di Panem. Katniss si ritrova così a partire insieme all’altro partecipante, Peeta Mellark, un giovane con cui è cresciuta insieme. I due, insieme agli altri sorteggiati, ben presto si ritrovano sullo scenario degli Hunger Games, una zona boscosa completamente tappezzata di telecamere per seguire il mortale spettacolo in diretta televisiva e consentire di modificare a piacimento l’ambientazione introducendo armi, animali geneticamente modificati e difficoltà atmosferiche. Come in tutti i reality è importante suscitare l’affetto del pubblico e destare l’interesse degli sponsor per aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza. Si tratta inoltre di una lotta impari, perché alcuni concorrenti si sono lungamente addestrati per l’evento, mentre quelli come Katniss, provenienti da un poverissimo distretto di minatori, sembrano non avere la minima possibilità (anche perché il Distretto 12 ha vinto appena due volte in settantatré edizioni). Ovviamente la nostra eroina saprà vendere cara la pelle, rivelandosi molto più tosta delle aspettative e nonostante l’amico di sempre, Peeta, le abbia dichiarato il suo amore in diretta TV: riuscirà a conservare un briciolo di dignità umana e a fare la cosa giusta? È lecito pensare di sì, dato che l'eroina è la protagonista indiscussa della saga... Nel complesso Hunger Games si dimostra un buon action movie per ragazzi, “cattivo” e spettacolare al punto giusto, peraltro dotato di risvolto postapocalittico ed annessa riflessione sulla capacità adolescenziale di cambiare il mondo – se vogliamo anche sulla loro propensione alla violenza, come aveva intuito a suo tempo William Golding nel romanzo Il signore delle mosche –. La storia sviscera nel profondo anche i risvolti sociali del piccolo schermo: una storica punizione a carico delle colonie ribelli si esplicita in uno spettacolo televisivo che pare un inquietante incrocio tra un reality e una versione fantascientifica dei giochi gladiatori. Il senso riposto del macabro spettacolo in cui si stanno cacciando i due giovani protagonisti lo spiega all'inizio della storia Haymitch Abernathy, il loro mentore, l'unico tributo del Distretto 12 ancora in vita degli unici due capaci di vincere un'edizione degli Hunger Games in tre quarti di secolo: empatizzare col pubblico può essere ciò che fa la differenza tra vivere e morire. A questo primo capitolo sono seguiti altri tre film: La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta, uscito in due parti distinte. Da segnalare anche la colonna sonora prodotta dal grande T-Bone Burnett: sedici canzoni inedite ispirate agli Hunger Games ed interpretate tra gli altri da Taylor Swift, Arcade Fire e Maroon 5. Assolutamente da vedere.

Hunger Games, regia di Gary Ross, con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Lenny Kravitz, Elizabeth Banks, Stanley Tucci, Wes Bentley, Willow Shields, Woody Harrelson, Donald Sutherland, Toby Jones; drammatico/azione; U.S.A.; 2012; C.; dur. 142'

mercoledì 22 febbraio 2023

IL PIÙ BEL GIOCO DELLA MIA VITA, TRA GOLF E STORIA VERA

Ci sono i film sportivi e le leggende dello sport: Il più bel gioco della mia vita racconta la storia forse più leggendaria legata al golf, una disciplina sportiva che sembra sia stata inventata nel XIII secolo in Scozia, dove ancora oggi è considerata lo sport nazionale, un gioco semplice che consiste nello spedire in buca una pallina utilizzando una serie di mazze in campi erbosi sviluppati dal cosiddetto tee di partenza al green conclusivo. La vicenda ricostruita dal film di Bill Paxton è una storia vera e andò in scena nella verde cornice degli U.S. Open di golf del 1913, che furono giocati nei campi del Country Club di Brookline, Massachusetts. Si tratta di una vera e propria favola sportiva perché quell'edizione fu vinta per la prima volta da un cosiddetto amateur (ovvero un dilettante), il ventenne Francis Ouimet, che costrinse ai playoff i più grandi campioni dell'epoca (i britannici Harry Vardon e Ted Ray), che riuscì sorprendentemente a battere, diventando un mito all'inizio della sua carriera. La storia prende avvio da lontano: l'umile famiglia di Francis Ouimet viveva infatti nei dintorni del Country Club di Brookline (esattamente nelle vicinanze della buca 17) e il ragazzo, fin da bambino, fu affascinato dal golf, che iniziò a conoscere prestando servizio come caddie e per cui dimostrò ben presto un notevole talento naturale. Dopo essersi segnalato a livello agonistico in alcune competizioni giovanili, Francis Ouimet fallì clamorosamente la qualificazione al primo torneo importante a cui era stato invitato e abbandonò il golf, anche a causa dell'opposizione del padre, che lo riteneva una perdita di tempo. In effetti l’ambiente del golf era molto esclusivo e la bassa estrazione sociale del ragazzo avrebbe dovuto costituire un ostacolo insuperabile, ma un socio lungimirante del Country Club che avrebbe ospitato gli Open americani del 1913 spinse Francis a riprovarci: il giovane golfista dilettante così affrontò le diciotto buche dell'impegnativo percorso in compagnia di un caddie di soli dieci anni, Eddie Lowery, e a sorpresa ebbe la meglio proprio sul campione che l'aveva ispirato da bambino tanti anni prima, Harry Vardon, il grande campione di cui Francis ha letto il manuale sul golf, imparando perle come questa: "Ci sono due tipi di giocatori, quelli che sanno tenere a bada i nervi e vincono i campionati, e quelli che non sanno dominarsi". Il tutto ovviamente si realizza in un lieto fine da sogno in cui perfino il padre riottoso del protagonista cambierà idea applaudendo l'incredibile impresa compiuta dal figlio, celebrata da una nazione intera. Il più bel gioco della mia vita è una commedia biografica a sfondo sportivo raccontata da Bill Paxton in modo disteso ed accattivante, traslata dall'omonimo libro di Mark Frost (inedito in Italia). Si tratta di una classica commedia sportiva per famiglie della Disney, ma in sottofondo vengono toccate varie tematiche: le differenze sociali dalla prospettiva di uno sport dichiaratamente classista, il sogno di una vita diversa fuori dai binari a cui un ragazzo senza prospettive sembra condannato dalla nascita, la magia di uno degli sport più armonicamente legati alla natura, il rapporto tra un dilettante e la leggenda sportiva che ha acceso dentro di lui una scintilla inestinguibile. Sul fronte registico Bill Paxton raggiunge l'apice del film probabilmente rappresentando il coprotagonista che sembra isolarsi mentalmente dal resto del mondo per concentrarsi sui colpi decisivi della partita. E si tratta di una storia vera, quindi quando arriva il momento dell'immancabile happy ending lo spettatore può lasciarsi andare con trasporto alle emozioni con la tranquillità che non si tratta del tipico finale buonista di marca disneyana ma di una leggenda sportiva successa per davvero.

Il più bel gioco della mia vita - The Greatest Game Ever Played, regia di Bill Paxton, con Shia LaBeouf, Stephen Dillane, Elias Koteas, James Paxton, Matthew Knight, Eugenio Esposito, Peter Firth; biografico; U.S.A.; 2005; C.; dur. 120'

MATRIX: IL FUTURO DISTOPICO È QUI

Matrix è una pellicola dal devastante impatto iniziale: durante la prima mezz’ora del film ci troviamo proiettati in una storia in fieri, velocissima, intrigante, senza spiegazioni di sorta. Parrebbe un normale plot d’azione, se non fosse che si avverte qualcosa di strano che incombe sui destini dei personaggi, poi, gradualmente, la verità viene fuori, e si tratta di una verità incredibile: nel XXII secolo e dintorni l’umanità vivrebbe, inconsapevole, in un mondo puramente virtuale, che nulla ha a che fare col tempo in corso, con la realtà, con la ‘normale’ condizione umana. Lo scopriamo insieme al protagonista, Thomas E. Anderson, in arte Neo, tranquillo programmatore di un’impresa informatica di giorno, hacker spericolato di notte. Conteso da un gruppo di (apparenti) agenti dell’Fbi dai modi poco ortodossi e da una banda di terroristi del cyberspazio, Neo sceglie di aggregarsi a questi ultimi, in cerca della verità finale: a svelargliela sarà proprio Morpheus, il capo del gruppo, che nel giovane ha riconosciuto l’Eletto, ovvero colui che salverà l’umanità dalla schiavitù in cui l’ha ridotta da un numero imprecisato di anni il computer definitivo, Matrix, appunto, una sorta di Big Brother cibernetico che si serve dei corpi umani come pile naturali per ricavarne energia – in cambio di un’esistenza fittizia, assolutamente virtuale e congelata alla fine del secondo millennio, insomma ai giorni nostri –. Per la trama principale i Wachowski Brothers hanno shakerato con buon gusto stralci ambientali ed onirici del romanzo di Philip K. Dick da cui Ridley Scott trasse Blade runner (un classico intitolato Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) a spunti ripresi da Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne e, se vogliamo, anche dal mito della caverna raccontato da Platone nella Repubblica. A Matrix non mancano nemmeno riferimenti biblici  – il protagonista Neo è chiaramente ispirato alla figura del salvatore evangelico – né un evidente richiamo alla filosofia platonica – il programma Matrix infatti costringe l’umanità a vivere una sorta di versione computerizzata del mito della caverna –. Con tanti elementi combinati insieme sarebbe stato facile perdere il filo, i fratelli Wachowski vi hanno invece costruito un ottimo film, ravvivato da un uso sapiente delle scene d’azione – particolarmente spettacolari quelle di combattimento (in una sequenza Keanu Reeves ammicca addirittura a Bruce Lee) –, da sofisticatissimi effetti speciali e da tecniche di ripresa che hanno fatto scuola (come il cosiddetto bullet time). Matrix non a caso è stato giustamente premiato con quattro Oscar tecnici (montaggio, sonoro, effetti visivi, effetti sonori). Il film ebbe un notevole impatto culturale nel mondo e innescò una rete di riferimenti in altre pellicole (anche in cartoon di grande successo come Shrek): ebbe due seguiti, Matrix Reloaded e Matrix Revolutions (entrambi usciti nel 2003 a pochi mesi di distanza), e un ulteriore sequel, Matrix Resurrections, uscito nel 2021 e firmato dalla sola Lana Wachowski (anagraficamente Larry al tempo del primo episodio). Un must imperdibile per gli appassionati di science fiction.

Matrix - The Matrix, regia di Andy e Larry Wachowski, con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving; fantascienza; U.S.A.; 1999; C.; dur. 2h e 16’

martedì 24 gennaio 2023

WONDER: QUANDO LA MERAVIGLIA PERSISTE DAL LIBRO AL FILM

In principio era Wonder, un toccante libro di narrativa per ragazzi della scrittrice esordiente R.J. Palacio uscito nel 2012 e ben presto divenuto un sorprendente caso letterario in tutto il mondo. Ha deciso di farne un film il regista Stephen Chbosky, già autore del fortunato Noi siamo infinito (tratto dal suo stesso romanzo epistolare Ragazzo da parete), che ha avuto a disposizione un cast di livello che assortisce nomi di primo piano come Julia Roberts e Owen Wilson: il risultato non è il classico blockbuster hollywoodiano capace di scalare le classifiche ma una commedia drammatica di grande cuore dove tutto finisce per andare per il verso giusto e nulla risulta scontato, neanche l’happy ending, semplicemente perché la storia in sé è molto bella e capace di scavare davvero al fondo nel caleidoscopio dei sentimenti umani. Tutto prende avvio a New York, ai giorni nostri: un ragazzino di dieci anni che si chiama August Pullman, Auggie per gli amici, è atteso da una vera e propria montagna da scalare. A settembre entrerà per la prima volta in una scuola media dopo aver ricevuto un’istruzione domiciliare fino a quel momento. La ragione è la grave malformazione cranico-facciale con cui Auggie è nato e che fin dalla culla lo ha costretto a passare per un calvario di ventisette dolorosi interventi chirurgici che gli hanno consentito di crescere e assumere un aspetto vagamente “normale”. A dieci anni i genitori di Auggie lo hanno però ritenuto in grado di frequentare una scuola vera e propria: hanno optato per la Beecher Prep School e il preside Tushman prima dell’inizio dell’anno scolastico ha chiesto a tre studenti (Jack, Julian e Charlotte) di far visitare l’istituto al nuovo iscritto. In classe per Auggie le cose vanno subito alla grande perché il ragazzino è curioso e dotato di ottime qualità, ma la socializzazione non va altrettanto bene. Di fatto Jack è l’unico amico di Auggie, mentre Julian ben presto si rivela un bullo che ha trovato in lui il bersaglio ideale: la grande umanità e simpatia di Auggie però è destinata ad emergere sulla distanza contagiando in positivo le persone intorno a lui ed innescando un… meraviglioso cambiamento. La storia al centro di Wonder in effetti si conferma bellissima anche sul grande schermo e replica con efficacia anche la molteplicità di punti di vista che caratterizza la fonte letteraria: il mondo potenzialmente ostile a livello sociale dalla prospettiva di Auggie, che fin da bambino è abituato a causare reazioni contrastanti a causa del suo aspetto, la sorella di Auggie, Via, che è abituata a veder passare la sua vita in secondo piano rispetto alla costante attenzione che ammanta il suo adorato fratellino, la migliore amica di Via, Miranda, che ha una famiglia separata e spaccia la vita dell’amica per sua per sentirsi accettata dagli altri. L’happy ending arriva implacabile a chiudere una vicenda di quelle che non si dimenticano facilmente. Assolutamente da vedere.

Wonder, regia di Stephen Chbosky, con Jacob Tremblay, Julia Roberts, Owen Wilson, Izabela Vidovic, Noah Jupe, Bryce Gheisar, Danielle Rose Russell, Daveed Diggs; drammatico; U.S.A.; 2017; C.; dur. 1h e 53’

giovedì 22 settembre 2022

RATATOUILLE: IL TOPO CHE VOLLE FARSI CHEF

Con Ratatouille la Pixar di John Lasseter continua a non sbagliare un colpo, realizzando l’ennesimo gioiello d’animazione dell’ormai lunga serie, gioiello stavolta sceneggiato e diretto con la consueta fantasia da Brad Bird, già premio Oscar per Gli Incredibili. Il protagonista della storia, ambientata negli anni Sessanta, è Remy, un irresistibile topolino d’Oltralpe destinato a conquistare i cuori di adulti e bambini, anche in virtù di un desiderio che fa letteralmente a cozzi con la sua condizione di ratto di campagna: avverare il suo sogno impossibile di diventare il cuoco di grido di un rinomato ristorante parigino. Remy d’altra parte è stato segnato fin dalla nascita da uno straordinario olfatto che, associato ad un naturale talento culinario, l’ha indotto a rifuggire la vita a base di immondizia e rifiuti che si prospettava per lui. Così, quando la colonia di ratti cui appartiene Remy è costretta ad una rovinosa fuga, il nostro eroe perde la sua famiglia e finisce in modo avventuroso in un condotto fognario che lo condurrà a Parigi, a due passi dal celebre ristorante del nume tutelare di Remy, il cuoco Auguste Gusteau, il cui motto (“Chiunque può cucinare”) ha promosso la crescita gastronomica del nostro topo. Ma ben presto il buon Remy si rende conto che il suo aspetto è il più inadatto che si possa immaginare per la cucina di un ristorante a cinque stelle, trovandosi continuamente bersagliato da corpi contundenti vari: trova però un inaspettato alleato in Alfredo Linguini, timido e scarsamente dotato sguattero di cucina, peraltro in odor di licenziamento. È l’inizio di uno strano sodalizio che, associando l’indole creativa di Remy al buffo corpo del ragazzo, porterà i due a vivere un’incredibile avventura a base di amicizia e cucina di classe: e infine il successo arriderà a sorpresa al topo che volle farsi chef, che riuscirà addirittura a restituire al ristorante del fu Gusteau la stella perduta a causa della stroncatura del temibile critico gastronomico Anton Ego il quale, grazie ad un superbo piatto povero (la ratatouille, ovviamente) preparato del talentuoso piccolo chef, vivrà un’epifania proustiana in piena regola e sarà costretto a scrivere un articolo celebrativo sul nostro eroe. Ratatouille si presenta quindi come il solito cartoon di gran classe cui la Pixar ci ha abituato dai tempi di Toy Story: un vero trionfo di buoni sentimenti, perfezione tecnica, comicità intelligente e dirompente, servito a gran ritmo comme d’habitude. Degne di segnalazione le strepitose sequenze a prospettiva di topo che contrappuntano la storia, ricca di sogni e d'amore come l'ambientazione parigina suggerisce in modo naturale. Senza dubbio è un cartoon, ma al tempo stesso anche un film memorabile che assortisce una splendida storia di formazione su come realizzarsi nella vita nonostante le difficoltà di partenza, un bel rapporto d'amicizia sul superamento della diversità (peraltro tra un uomo e un topo) e ovviamente una fantastica escursione nella cucina francese. Ratatouille ha vinto nel 2008 il premio Oscar e il Golden Globe, entrambi nella categoria del miglior film d'animazione. Insomma, un gustoso film d'animazione che piacerà ai bambini ed intrigherà gli adulti, ai quali si consiglia la visione dopo una cena abbondante ed il più possibile raffinata…

Ratatouille, regia di Brad Bird e Jan Pinzava; animazione; U.S.A.; 2007; C.; dur. 1h e 47’

sabato 18 giugno 2022

READY PLAYER ONE, IL VIDEOGAME DISTOPICO IN FILM

Tutto cominciò nel 2010, quando Ernest Cline pubblicò Ready Player One, un romanzo distopico per ragazzi di quelli che lasciano davvero il segno e che ben presto divenne un grande successo internazionale: la Warner ne acquistò i diritti l’anno stesso ma la regia fu affidata a Steven Spielberg solo nel 2015 e il film uscì nelle sale di tutto il mondo tre anni dopo. Il motivo di una così lunga gestazione è dovuto alla necessità di ottenere i diritti per i molteplici riferimenti culturali e di costume degli anni Settanta, Ottanta e Novanta disseminati nella storia, la cui acquisizione è stata sicuramente facilitata dalla presenza di Spielberg, che ha cercato di limitare al minimo i riferimenti alla sua carriera per non essere accusato di autocelebrazione, fatto sta che questa situazione ha reso il film in certi punti molto diverso dalla fonte letteraria, anche se la presenza di Cline tra gli sceneggiatori sicuramente ha assicurato un adattamento sostanzialmente coerente rispetto al libro. Ma veniamo senza meno alla storia, che prende avvio nell’inquietante e sovrappopolato futuro del 2045, in un mondo in cui l’umanità cerca di sopravvivere nelle baraccopoli che punteggiano in pianeta e dove la maggior parte della popolazione vive in fatiscenti roulottes accatastate in strutture metalliche. È in una zona suburbana della più grande megalopoli del mondo (Columbus, Ohio), che il diciottenne Wade Watts sopravvive con la zia e il di lei compagno, che lo tollerano a malapena. Il giovane protagonista passa gran parte del suo tempo in un mondo virtuale chiamato OASIS, a cui praticamente tutta l’umanità è costantemente connessa per intrattenimento o per lavoro: a questa elaborata simulazione videoludica si accede con uno speciale visore ottico, una tuta sensoriale e un tappeto multidirezionale, una preziosa attrezzatura che Wade ha riciclato creandosi una “stanza” in un cimitero di furgoni ammassati in mezzo al nulla. Su OASIS ogni essere umano può diventare chiunque, guadagnando monete, gadgets, abilità (che si possono perdere come nei videogames). La simulazione virtuale di OASIS in cui l’umanità si è rinchiusa per evadere dal desolante presente è stata creata da James Halliday che, una volta defunto, nei panni del suo avatar Anorak l'Onnisciente ha dato notizia di un concorso concepito per lasciare in eredità la sua creazione di incalcolabile valore, poi ha svelato la prima indicazione per trovare la prima delle tre chiavi per arrivare all’easter egg che assicurerà al fortunato vincitore il controllo totale di OASIS. Peccato che siano passati cinque anni da allora senza che nessuno abbia messo le mani sulla prima chiave: ancora il tabellone segnapunti è desolatamente vuoto, anche perché la prima sfida, un’allucinante corsa automobilistica a Manhattan) è apparentemente impossibile da superare. E molti sono diventati cercatori fissi, anche se le categorie principali impegnate nella disfida sono due: i cosiddetti “gunters” (contrazione di egg’s hunters), umani alternativi che lavorano individualmente o in clan da una parte, mentre dall’altra ci sono i Sixers, i dipendenti della multinazionale IOI, che vogliono acquisire il controllo di OASIS per ottenere soldi a palate con la pubblicità. Wade su OASIS ha un avatar noto come Parzival, come il cavaliere che trovò il Sacro Graal: non ha grandi mezzi ma è intraprendente ed è un grande conoscitore della vita di James Halliday, oltre che un grande appassionato degli anni Ottanta. Presto la sua strada si incrocerà con quella di Art3mis, un’influencer di tendenza su OASIS, che farà gruppo con lui e con i suoi tre amici Each, Sho e Daito, che insieme cercheranno di fare la cosa giusta trovando l’egg e lasciando OASIS a disposizione del popolo. Ci riusciranno? Non è necessario aggiungere altre anticipazioni per gustare appieno la storia, che narra dell’eterno conflitto tra bene e male, di una lotta impari tra rampanti disposti a tutto e puri di cuore dal retrogusto nerd, il tutto in un’alternanza continua tra l’orribile scenario del mondo futuro e il sorprendente immaginario del mondo virtuale, che assortisce una sarabanda di riferimenti cinematografici intrecciati in sequenza in modo intrigante ed irresistibile, una vera goduria per i cinefili, un divertimento per adolescenti e dintorni, una malinconica miniera per i fanatici degli anni Ottanta. Ready Player One funziona da questo punto di vista esattamente come il libro di Ernest Cline (che d’altra parte è stato uno degli sceneggiatori del film stesso): sembra una caccia al tesoro in un gioco di ruolo immerso in una simulazione virtuale letteralmente affogata da richiami alla cultura pop. Per dare un’idea, nel dinamico assalto dei gunters alla fortezza del pianeta Doom presidiata dalla IOI, compaiono a stretto giro di posta Mechagodzilla, il gigante di ferro e Gundam, nella corsa iniziale Parzival partecipa con la sua Delorean di Ritorno al futuro, nella ricerca della seconda chiave Art3mis e Parzival finiscono in una sorta di gioco virtuale ispirato a Shining di Stanley Kubrick, e la lista potrebbe continuare per un bel po’… Insomma, il consiglio è di scoprire l’inquietante futuro distopico di Ready Player One seguendo i primi passi di Wade sulle note di Jump dei Van Halen, ovviamente uno dei classici per definizione degli anni Ottanta…

Ready Player One, regia di Steven Spielberg, con Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, T. J. Miller, Simon Pegg, Mark Rylance, Lena Waithe, Philip Zhao, Win Morisaki, Hannah John-Kamen; fantascienza/avventura; U.S.A.; 2018; C.; dur. 2h e 20’

mercoledì 8 giugno 2022

L’ULISSE DI MARIO CAMERINI, UN KOLOSSAL

La traslazione cinematografica che Mario Camerini realizzò dell’Odissea di Omero nel lontano 1954 è un vero e proprio kolossal che all’epoca si avvalse di un cast internazionale di grande richiamo con nomi del calibro di Kirk Douglas (uno degli attori americani di maggior successo di sempre), Anthony Quinn e Silvana Mangano. Si tratta di una rilettura semplificata del secondo poema omerico, con un plot che cerca di ricucire in modo essenziale le principali avventure vissute dal re di Itaca nel suo complesso e decennale girovagare per le coste del Mediterraneo nel tentativo di ritornare a casa dopo aver risolto la guerra di Troia con il celebre stratagemma del cavallo di legno in cui si erano nascosti alcuni dei più coraggiosi guerrieri greci. Il plot prende avvio con il naufragio del protagonista sulle coste dell’isola dei Feaci: Ulisse si risveglia senza memoria ed è accolto da Nausicaa, la bella figlia del re Alcinoo, che ben presto si innamora di lui. Intanto ad Itaca la sposa di Ulisse, Penelope, continua ad aspettare il ritorno del marito e cerca di prender tempo riguardo alle pretese dei Proci, che si sono insediati nella sua reggia, dove ormai spadroneggiano: in considerazione della prolungata assenza di Ulisse, i Proci (e soprattutto Antinoo, re di Cefalonia) chiedono a Penelope di scegliere tra loro uno sposo. In questi tristi frangenti, il giovane Telemaco, il figlio di Ulisse, è impotente di fronte ai prepotenti usurpatori che hanno occupato la sua casa. Nel frattempo nell’isola dei Feaci il protagonista scopre di essere molto versato nella lotta e presto riaffiorano alla sua mente i ricordi delle sue straordinarie avventure, compreso l’inizio delle sue sventure, quando, durante una tremenda tempesta, ordina ai suoi uomini di gettare a mare la statura di Nettuno offendendo la divinità. Quando torna il sereno Ulisse e il suo equipaggio approdano in un’isola sconosciuta e finiscono nella grotta del gigantesco Polifemo, un ciclope figlio di Nettuno che alleva pecore e imprigiona i suoi ospiti inaspettati, iniziando a divorarli brutalmente: Ulisse escogiterà un sagace piano per far ubriacare il ciclope e quindi accecare il suo unico occhio servendosi di un palo rovente acuminato per poi fuggire a bordo della nave evitando i massi scagliati alla cieca dal gigante. Successivamente la nave di Ulisse deve superare le temibili sirene che col loro canto melodioso fanno morire i naviganti impreparati: il re greco protegge il suo equipaggio ponendo cera nelle orecchie dei marinai e facendosi legare saldamente all’albero maestro per provare sulla propria pelle il canto misterioso. In seguito Ulisse approda sull’isola della maga Circe, una dea che lo seduce assumendo le sembianze della moglie Penelope e quindi trasforma in porci i suoi compagni: incantato da Circe, Ulisse ozia per mesi finché i suoi uomini riprendono il mare e muoiono tutti in una tempesta scagliata contro di loro da Nettuno. Dopo questa tragedia, Ulisse è deciso a ripartire ma la maga gli promette l’immortalità e, quindi l’eroe rifiuta, gli mostra le anime dei suoi defunti compagni d’arme Agamennone, Aiace e Achille, che lo dissuadono da andarsene, ma arriva inaspettata anche l’anima della madre Eraclea che esorta il figlio a riunirsi con Penelope e Telemaco. Partito alla volta di Itaca, Ulisse naufraga all’isola dei Feaci interrompendo la lunga sequenza di flashback e rivela la sua identità ad Alcinoo, chiedendogli una nave per fare ritorno a casa. Approdato ad Itaca, arriva alla reggia travestito da mendicante e riesce a parlare con la sposa, accertandosi della sua fedeltà e suggerendole di proporre ai pressanti Proci una proibitiva prova per conquistare la mano della regina: tendere il leggendario arco di Ulisse in occasione dei giochi di Apollo. Poco dopo l’eroe sotto mentite spoglie viene riconosciuto dal vecchio cane Argo e quindi dal figlio Telemaco con cui si accorda per passare all’azione l’indomani, quando otterrà di partecipare alla gara con l’arco e poi si vendicherà trucidando tutti i rivali. Sembra impossibile ma la storia regge fino alla fine e riesce a passare in rassegna tutte le epiche avventure narrate da Omero, che viene omaggiato anche nei titoli di coda dopo l’immancabile happy ending. Si tratta ovviamente di una pellicola degli anni Cinquanta e quindi gli effetti speciali sono artigianali e realizzati puntando più che altro sulle ombre e sul trucco, ma questo kolossal avventuroso si fa apprezzare anche ai giorni nostri e presenta un’accattivante versione popolare dell’Odissea omerica. All’uscita in Italia l’Ulisse di Mario Camerini ottenne il principale incasso della stagione cinematografica e figura all’ottavo posto complessivo tra i film con maggiori spettatori nel nostro paese. Tutte le scene in esterni furono girate nei luoghi del viaggio di Ulisse, tranne quelle dell’approdo all’isola dei Feaci e alla terra di Polifemo, che Camerini girò in provincia di Grosseto, rispettivamente a Porto Ercole e Talamone. Assolutamente da scoprire o rivedere.

Ulisse, regia di Mario Camerini, con Kirk Douglas, Silvana Mangano, Anthony Quinn, Rossana Podestà, Jacques Dumesnil, Daniel Ivernel, Franco Interlenghi, Umberto Silvestri; Italia; avventura/fantastico; 1954; C.; dur. 1h e 41’

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's...