L’esordio
dietro la macchina da presa di Margherita Spampinato, sorprendentemente maturo per delicatezza e misura,
s’intitola Gioia mia, un film di cui
la stessa regista siciliana ha scritto la sceneggiatura. La storia è semplice
quanto attuale: ne è protagonista un ragazzino cresciuto in una famiglia che
lavora e che l’ha affidato a una babysitter. Si chiama Nico, è piuttosto
viziato e sembra letteralmente dipendente dal cellulare con cui passa quasi
interamente le sue giornate. Siccome è estate ma i genitori lavorano e la
babysitter ha in programma di sposarsi e trasferirsi altrove, Nico viene
mandato contro la sua volontà a trascorrere un mese in Sicilia in compagnia di
una vecchia zia, Gela, di pochissime parole e contraria alla tecnologia, tanto
che in casa sua non c’è nemmeno la connessione wifi. La donna s’impegna subito per staccare
il nipote dal telefonino, cerca di insegnargli le buone maniere e prova a
togliergli vezzi che giudica discutibili, come le unghie colorate. Non è un
rapporto facile perché Gela è una cattolica molto devota (casa sua trabocca
letteralmente di icone religiose) e cucina solo piatti tradizionali come le
sarde a beccafico che ancora il nipote non è in grado di apprezzare. Nico ha l’impressione d’esser finito in un vero
inferno, infatti il suo primo commento telefonico con la mamma esprime una
chiara insoddisfazione: “Come deve andare? M’hai spedito nel Medioevo”. Mentre
passano i giorni, però, qualcosa cambia: nel palazzo di Gela ci sono altri
ragazzini affidati alle rispettive nonne per le vacanze estive, e c’è anche un
inquietante mistero che riguarda la presenza di spiriti di cui parlano un po’
tutti. Dopo le prime difficoltà relazionali, pian piano Nico si svincola un po’
dalla dipendenza da cellulare, comincia a giocare a carte con la zia, l’accompagna
a passeggio, apprezza la compagnia del vecchio cagnolino di Gela, e soprattutto
diventa amico di Rosa, la ragazzina più in gamba del caseggiato, che lo induce
a mettersi alla prova con effrazioni in appartamenti (teoricamente) disabitati
ma forse infestati dagli spiriti. Nel frattempo cresce l’autonomia del
ragazzino, che scoprirà l’importanza dei rapporti umani ma anche l’utilità
della noia, l’importanza dei silenzi, del tempo vuoto e perfino del riposino
pomeridiano, esperienza quasi iniziatica per un bambino cresciuto scrollando
uno schermo digitale all’infinito. La grande sorpresa però sarà imparare a
conoscere una vecchia zia che si rivelerà molto più interessante rispetto alla
prima impressione. Il film racconta con toni delicati e struggenti lo strano
incontro tra due generazioni molto distanti e tra due mondi apparentemente agli
antipodi: la magia che ne scaturisce è sottile e difficile da decifrare, ma è
proprio questa opacità a conferire autenticità a questa storia. Gioia mia è il canto elegiaco del tempo
che trascorre e di quei timidi, trasognati passi che segnano il transito dall’infanzia
all’adolescenza: i divieti, i segreti del passato, le attività proibite, il
fascino del primo bacio, l’ostilità verso chi viene da fuori. L’opera prima di
Margherita Spampinato è una storia piccola solo in apparenza, capace di
lasciare nello spettatore una nostalgia lieve e persistente, come certe estati
che non tornano più. Nella convincente prova complessiva del cast spicca l’eccezionale
performance di Aurora Quattrocchi,
che al Festival di Locarno 2025 ha ricevuto il Pardo per la migliore
interpretazione. Assolutamente da vedere.
Gioia mia, regia di Margherita Spampinato, con Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Martina Ziami, Camille Dugay; drammatico; Italia; 2025; C.; dur. 1h e 30’
