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domenica 11 febbraio 2024

SCHOOL OF ROCK

Raramente un film riesce a coniugare la passione per la musica rock con l’ambientazione scolastica con la stessa efficacia di School of Rock di Richard Linklater, che è riuscito a colpire nel bersaglio soprattutto grazie all’istrionica interpretazione di Jack Black ed al fortunato casting che ha assemblato la classe degli alunni del protagonista. La storia è semplice quanto efficace: Dewey Finn è un chitarrista animato dal classico sogno di diventare una rockstar ma viene buttato fuori dal suo gruppo per il suo eccessivo protagonismo sul palco, così, trovandosi in bolletta, coglie al volo l’occasione di una supplenza proposta al suo coinquilino, Ned Schneebly, che ha abbandonato il rock per dedicarsi all’insegnamento. Spacciandosi per quest’ultimo, Dewey prende servizio alla Horace Green, una delle più prestigiose scuole elementari cittadine, con l’obiettivo di far passare il tempo in un’eterna ricreazione per arrivare allo stipendio. Un giorno, per caso, si accorge che molti ragazzi della sua classe sono talentuosi musicisti, anche se non molto ispirati dei brani di musica classica che devono eseguire, così decide di trasformare i propri studenti in una rock band per farli partecipare alla battaglia delle band (e magari a vincere la competizione). Il progetto contagia i ragazzi, a cui vengono assegnati i ruoli sul palco (ovvero i musicisti) e a supporto dello show (costumista, sicurezza, tecnico delle luci, manager e così via). Quando arriva il gran giorno dell’audizione, il variegato gruppo arriva in ritardo, ma Dewey riesce a convincere gli organizzatori ad ascoltare i suoi ragazzini spacciandoli come malati terminali. Alla fine, a causa dell’insopportabile fidanzata dell’amico Ned, l’inganno del protagonista viene denunciato e lui licenziato in tronco, ma saranno gli stessi ragazzi a fuggire da scuola trascinando l’ex docente sul palco per la battaglia delle band conquistando il pubblico e gli inferociti genitori che li stanno cercando. L’happy ending incombe sulla storia preparandone lo sviluppo in chiave rock con un doposcuola musicale. La sceneggiatura di Mike White (che interpreta nel cast il personaggio di Ned Schneebly) è semplice ma cattura subito l’attenzione e fila come un orologio svizzero contrappuntata da una colonna sonora all’insegna di numerosi classici di varie rock band: Doors, Clash, Deep Purple, Who, AC/DC, Black Sabbath, Ramones, T.Rex, David Bowie e, incredibilmente, anche Led Zeppelin (convinti a concedere l’uso di Immigrant Song grazie ad una ‘preghiera’ di Jack Black davanti a un pubblico adorante poi entrata negli extra del DVD del film). La commedia funziona anche grazie alla simpaticissima preside di Joan Cusack, divenuta ingessata per timore dei fastidiosi genitori con cui ha a che fare ma che nasconde dentro di sé un’accanita fan di Stevie Nicks. Dalla prospettiva degli alunni School of Rock è un divertente film sulla scuola, mentre rispetto al punto di vista del protagonista costituisce un film di formazione sulle seconde possibilità professionali che talvolta si verificano nella vita: nello specifico un musicista fallito si dimostra un appassionato insegnante di rock capace di contagiare i suoi studenti a trecentosessanta gradi. Assolutamente da vedere, soprattutto in attesa della canzone preparata dal gruppo di Dewey per la battaglia delle band, School of Rock, appunto, e della cover di It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock 'n' Roll) degli AC/DC che i ragazzi suonano sui titoli di coda.

School of Rock, regia di Richard Linklater, con Jack Black, Kevin Alexander Clark, Miranda Cosgrove, Rebecca Julia Brown, Joey Gaydos Jr.,Mike White, Joan Cusack; commedia/musicale; U.S.A.; 2003; C.; dur. 1h e 45’

domenica 20 marzo 2022

BUENA VISTA SOCIAL CLUB

Ry Cooder, classe 1947, aveva compiuto il suo primo viaggio a Cuba nel 1996, per conto dell’etichetta World Circuit, accompagnato dal figlio Joaquim, percussionista. Grazie all'aiuto di Juan de Marcos, già compagno di viaggio di Fidel Castro, riuscì a rintracciare e riunire i vecchi musicisti che negli anni Cinquanta animarono le serate del Buena Vista Social Club, un tempio della musica popolare cubana, il son. Dal progetto nacque uno splendido album collettivo, registrato nel 1997 nel mitico studio Egrem all'Avana, un sorprendente successo mondiale premiato con un Grammy nel settore "Tropical Latin". Cooder è poi tornato a Cuba nel marzo del 1998 in occasione dell'incisione del primo disco solista di Ibrahim Ferrer: ad accompagnare l'esploratore di musiche popolari dalla West Coast c'era anche Wim Wenders, suo amico dai tempi della colonna sonora di Paris, Texas, con una scarna troupe al seguito e senza un'idea precisa di che tipo di film avrebbe dovuto girare. Il regista tedesco ha poi seguito il gruppo di all stars cubane durante due applaudite performances ad Amsterdam e quindi nello struggente concerto finale - anche per gli evidenti limiti di età dei vecchi musicanti - alla Carnegie Hall di New York, il primo luglio del 1998. Wenders ha scelto la via del documentario minimalista, con l'obiettivo che segue i ricordi di ognuno dei musicisti e, al contempo, l'ambiente circostante, ovvero le tante contraddizioni e gli squarci suggestivi offerti da Cuba, che Wenders visitava per la prima volta, e dunque che stava scoprendo a riprese in corso. Diretta conseguenza è che questo suo Buena Vista Social Club cattura allo stesso tempo un buon numero di aneddoti assai umani raccontati da artisti caduti nel dimenticatoio (e poi riemersi grazie all'ostinazione di Ry Cooder), miscelandoli con l'irripetibile atmosfera tropicale da embargo protratto che circola per le strade e tra la gente di Cuba: vecchie automobili fatiscenti per le strade, edifici affascinanti e decadenti, gente che parla per il barrio e che pare felice, così, per il semplice fatto di vivere. Si parte da Juan de Marcos che mostra alla troupe foto del primo periodo rivoluzionario, con la gustosa chicca della diapositiva che ritrae Fidel Castro e Che Guevara che giocano a golf: per la cronaca vinse Fidel, forse perché il Che lo fece vincere. Poi conosciamo da vicino tutti i protagonisti del Buena Vista Social Club: dall'arzillo ultranovantenne Francisco Repilado meglio noto come Compay Segundo, che ci racconta di aver iniziato ad accendere sigari alla nonna alla verde età di cinque anni (e quindi di fumare da ben ottantacinque), per poi svelarci di avere cinque figli e di star pensando al sesto, e quindi che le tre cose importanti della vita sono il romanticismo, i fiori e le donne. Poi c'è l'ottantenne pianista Rubén González, che ricorda i tempi del suo incontro con lo strumento e la scelta di seguire la musica tradizionale. E Ibrahim Ferrer, che Cooder descrive come uno che va in giro per l'Avana come un Nat King Cole cubano, con un bastone portafortuna donatogli dalla vecchia madre che ha sortito magici effetti sessant'anni dopo. Ed il virtuoso del tres Eliades Ochoa, la cantante Omara Portuondo e tanti altri, ognuno con la sua storia nel cassetto da ricordare. Nel mezzo le splendide musiche dell'album, interpretate negli studi di registrazione, per le strade, nelle case, in bar in riva al mare, sempre alternate con le parole degli artisti e con le tre splendide esibizioni live. Nell'ultima tappa, a New York, Buena Vista Social Club spiazza con il sorprendente incontro dei superabuelos, i supernonni del son cubano, con l'immaginario capitalistico della Grande Mela. Uno dei migliori film di Wenders, dalla prima all'ultima sequenza: oltre ad imprimere su pellicola Cuba e la sua musica, gli è riuscito di rendere l'emozionante parabola di un manipolo di vecchi artisti dimenticati, casualmente ritrovati ed assurti ad eroi del son.

Buena Vista Social Club, regia di Wim Wenders, con Ry Cooder, Compay Segundo, Ibrahim Ferrer, Rubén González, Eliades Ochoa, Omara Portuondo, Joaquim Cooder; documentario/musicale; Germ./Usa/Fran./Cuba; 1999; C.; dur. 1h e 41' 

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's...