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martedì 6 gennaio 2026

GIOIA MIA

L’esordio dietro la macchina da presa di Margherita Spampinato, sorprendentemente maturo per delicatezza e misura, s’intitola Gioia mia, un film di cui la stessa regista siciliana ha scritto la sceneggiatura. La storia è semplice quanto attuale: ne è protagonista un ragazzino cresciuto in una famiglia che lavora e che l’ha affidato a una babysitter. Si chiama Nico, è piuttosto viziato e sembra letteralmente dipendente dal cellulare con cui passa quasi interamente le sue giornate. Siccome è estate ma i genitori lavorano e la babysitter ha in programma di sposarsi e trasferirsi altrove, Nico viene mandato contro la sua volontà a trascorrere un mese in Sicilia in compagnia di una vecchia zia, Gela, di pochissime parole e contraria alla tecnologia, tanto che in casa sua non c’è nemmeno la connessione wifi. La donna s’impegna subito per staccare il nipote dal telefonino, cerca di insegnargli le buone maniere e prova a togliergli vezzi che giudica discutibili, come le unghie colorate. Non è un rapporto facile perché Gela è una cattolica molto devota (casa sua trabocca letteralmente di icone religiose) e cucina solo piatti tradizionali come le sarde a beccafico che ancora il nipote non è in grado di apprezzare.  Nico ha l’impressione d’esser finito in un vero inferno, infatti il suo primo commento telefonico con la mamma esprime una chiara insoddisfazione: “Come deve andare? M’hai spedito nel Medioevo”. Mentre passano i giorni, però, qualcosa cambia: nel palazzo di Gela ci sono altri ragazzini affidati alle rispettive nonne per le vacanze estive, e c’è anche un inquietante mistero che riguarda la presenza di spiriti di cui parlano un po’ tutti. Dopo le prime difficoltà relazionali, pian piano Nico si svincola un po’ dalla dipendenza da cellulare, comincia a giocare a carte con la zia, l’accompagna a passeggio, apprezza la compagnia del vecchio cagnolino di Gela, e soprattutto diventa amico di Rosa, la ragazzina più in gamba del caseggiato, che lo induce a mettersi alla prova con effrazioni in appartamenti (teoricamente) disabitati ma forse infestati dagli spiriti. Nel frattempo cresce l’autonomia del ragazzino, che scoprirà l’importanza dei rapporti umani ma anche l’utilità della noia, l’importanza dei silenzi, del tempo vuoto e perfino del riposino pomeridiano, esperienza quasi iniziatica per un bambino cresciuto scrollando uno schermo digitale all’infinito. La grande sorpresa però sarà imparare a conoscere una vecchia zia che si rivelerà molto più interessante rispetto alla prima impressione. Il film racconta con toni delicati e struggenti lo strano incontro tra due generazioni molto distanti e tra due mondi apparentemente agli antipodi: la magia che ne scaturisce è sottile e difficile da decifrare, ma è proprio questa opacità a conferire autenticità a questa storia. Gioia mia è il canto elegiaco del tempo che trascorre e di quei timidi, trasognati passi che segnano il transito dall’infanzia all’adolescenza: i divieti, i segreti del passato, le attività proibite, il fascino del primo bacio, l’ostilità verso chi viene da fuori. L’opera prima di Margherita Spampinato è una storia piccola solo in apparenza, capace di lasciare nello spettatore una nostalgia lieve e persistente, come certe estati che non tornano più. Nella convincente prova complessiva del cast spicca l’eccezionale performance di Aurora Quattrocchi, che al Festival di Locarno 2025 ha ricevuto il Pardo per la migliore interpretazione. Assolutamente da vedere.

Gioia mia, regia di Margherita Spampinato, con Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Martina Ziami, Camille Dugay; drammatico; Italia; 2025; C.; dur. 1h e 30’ 

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