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lunedì 19 gennaio 2026

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's accusando la notissima catena di fast food quale principale responsabile della loro obesità: il giudice ha stabilito che le due giovani querelanti avrebbero dovuto dimostrare in qualche modo i (presunti) nefasti effetti sull'organismo umano di un'alimentazione integralmente di marca McDonald's. Un paio d’anni dopo al documentarista americano Morgan Spurlock è venuto in mente l’idea di provarci: dopo essersi messo nelle mani di un gruppo medico di supporto – un cardiologo, una gastroenterologa, un medico generico, una dietologa e un fisiologo dell’esercizio –, si è sottoposto ad un check-up approfondito prima di iniziare il suo tour de force nei fast food delle grandi M, come li chiamano gli americani. Appurato di godere di una salute di ferro ed avere un fisico da atleta, Spurlock dipana a nostro uso e consumo le quattro semplici regole a cui si atterrà durante il suo pazzesco esperimento: ad esplicita domanda, solo Super Size Menu; esclusivamente cibi McDonald’s, acqua inclusa; assaggiare tutto quello che c’è sul menu almeno una volta; tre pasti al giorno senza scuse: colazione, pranzo e cena. L’autolesionistico programma di mangiare per trenta giorni a stretto regime di Big Mac e patatine fritte condurrà il regista statunitense nei MacDonald’s delle principali città d’America, producendo danni ampiamente immaginabili al suo organismo, comunque oltre le attese del suo team medico di supporto, che alla fine dell’autopunitiva esperienza consiglierà maggiore moderazione per il futuro. Super Size Me è un documentario che non trae la propria forza dall’accuratezza dell’inchiesta di base, ma dall’incisività delle immagini, dal ritmo spesso dirompente del montaggio, talvolta supportato da una colonna sonora di marca rock: uno stile insomma che si ispira chiaramente al cinema sopra le righe di Michael Moore e che, esattamente come accade nei film del corpulento cineasta di Flint, è disposto a tutto (faziosità compresa) per raggiungere il proprio risultato, ma ha anche l’indiscusso merito di riuscire a divertire per lunghi tratti del percorso filmico. Non è scientifico il taglio del sondaggio telefonico con cento nutrizionisti, per esempio, dimostra poco il fatto che Spurlock tenti invano per decine di volte di parlare con i responsabili McDonals’s, risulta piuttosto scorretto il parallelo tra la classica famiglia americana che ignora l’inno nazionale ma ricorda il jingle di McDonald’s, come pure la trovata (comunque geniale) dei bambini dell’asilo che scambiano Gesù con il presidente repubblicano George Bush Jr. ma identificano subito il clown eletto a simbolo pubblicitario della McDonald’s: il tutto, abilmente cucinato in sala di montaggio, finisce per costituire un soggettivo atto d’accusa nei confronti non solo della catena di fast food più nota a livello internazionale, ma generalmente di tutta l’industria alimentare americana, rea di intrufolarsi nelle mense scolastiche e di puntare su fasce di utenza sempre più verdi. Ma nel libero mercato l’esigenza di regolamentazione non va imputata a chi governa? Ad ogni buon conto McDonald’s non ha avuto torto nella causa intentata dalle due ragazze obese. In compenso è stato eliminato il Super Size Menu, ma non per merito del successo internazionale del documentario di Spurlock, almeno stando al giudizio degli addetti alle relazioni col pubblico della nota catena americana. Per trenta giorni, tre volte al giorno, Morgan Spurlock si è sottoposto ad un regime alimentare integralmente di marca McDonald’s, acqua compresa. Per rendere più realistico il risultato il regista-cavia si è imposto di seguire sempre (quando proposti) i suggerimenti dei commessi – che per una regola di elementare logica commerciale, tendono spesso a consigliare i menu in promozione –. Alla fine Spurlock è ingrassato di quasi undici chili, è riuscito a compromettere il proprio fegato, pregiudicando completamente un quadro clinico che evidenziava un fisico da atleta. I primi ad essere sorpresi dagli eccessivi effetti fisiologici indotti da questa dieta da fast food integrale nel corso del film sono gli stessi componenti del team medico che Spurlock ha scelto per farsi monitorare durante il suo esperimento gastronomico: d’altra parte gli effetti in questione erano ampiamente prevedibili perché qualunque tipologia di regime alimentare estremo non può che agire negativamente sull’organismo umano. L’assunzione quotidiana di circa cinquemila calorie – per certi versi una cosciente operazione autopunitiva – oltre a far lievitare il peso corporeo del regista ‘cavia’ ha fatto innalzare pericolosamente il tasso di colesterolo nel suo sangue, compromettendo al contempo il suo fegato, innalzando la soglia di rischio di malattie cardiovascolari e producendo all’occorrenza crisi depressive. In ogni caso il regista americano per tornare al suo peso forma ha dovuto sottoporsi per circa due anni ad una dieta quasi esclusivamente vegetariana. Morgan Spurlock (1970-2024) filmaker del West Virginia, ha esordito nella regia con questo documentario da lui stesso scritto, diretto ed interpretato. Super Size Me ha avuto un grande successo di pubblico in tutto il mondo, ed in particolare in patria, dove è risultato il quarto documentario più visto di sempre dopo Fahrenheit 9/11 e Bowling a Columbine di Michael Moore, e Il popolo migratore di Jacques Perrin, Jacques Cluzaud e Michel Debats. Il suo polemico documentario è valso a Spurlock il premio per la miglior regia all’edizione 2004 del Sundance Film Festival e la nomination di categoria all’Oscar.

Super size me, regia di Morgan Spurlock, con Morgan Spurlock; documentario; U.S.A.; 2004; C.; dur. 1h e 38’

SUPER SIZE ME

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