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giovedì 13 giugno 2024

APOLLO 13: HOUSTON, ABBIAMO UN PROBLEMA...

Ispirato dal libro Lost Moon di Jim Lovell e Jeffrey Kluger, il film di Ron Howard descrive dettagliatamente la missione spaziale della NASA denominata Apollo 13, decollata l’11 aprile del 1970 e rimasta celebre perché un grave incidente mise a serio rischio le vite dei tre astronauti americani Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise. Si tratta della missione in cui fu pronunciata la storica battuta “Houston, abbiamo un problema”, in seguito alla quale fu attuato il più incredibile salvataggio a distanza della storia umana. Tutto prende avvio circa un anno prima, il 20 luglio 1969, quando viene celebrato in diretta televisiva il leggendario sbarco sulla Luna di Neil Armstrong nell’ambito della missione Apollo 11, il cui equipaggio di riserva era costituito da Jim Lovell, Bill Anders e Fred Haise. Non passano che pochi giorni e questi ultimi vengono scelti per sostituire l’equipaggio dell’Apollo 13 agli ordini di Alan Shepard, estromesso per un problema uditivo. A tre giorni dal lancio dell’Apollo 13 si verifica un incidente per l’esplosione dei serbatoi di ossigeno: la navicella è danneggiata in modo irreversibile e la missione, che prevedeva l’allunaggio, annullata. Da quel momento diventa prioritario cercare di far sopravvivere i tre astronauti e riportarli a terra. Dopo l’iniziale scoraggiamento generale, il direttore di volo Gene Krantz organizza al meglio tutte le forze della NASA per quella che è diventata la più straordinaria operazione di salvataggio di tutti i tempi: per ottenere lo scopo viene richiamato in servizio anche Ken Mattingly, componente dell’equipaggio originale estromesso dalla missione per il sospetto di un contagio da morbillo. Proprio lui offre un contributo fondamentale per creare una procedura in grado di riportare a terra la navicella nonostante i sistemi di bordo siano mal funzionanti o parzialmente indisponibili. Nei tre giorni seguenti il mondo intero seguirà la vicenda alla TV col fiato sospeso sperando in un lieto fine che sembra quanto mai difficile. Apollo 13 ricostruisce con grande efficacia documentaristica la missione spaziale più ricca di suspense della corsa allo spazio, decollata quando già l’interesse dei mass media era in forte calo dopo aver toccato l’apice con l’allunaggio del 1969. Paradossalmente i tre protagonisti non riuscirono mai a raggiungere la Luna in seguito, mentre Ken Mattilngly, l’unico rimasto fuori dal progetto, ci riuscì con la missione Apollo 16: Jim Lovell continuò a lavorare nella sala controllo della NASA fino al pensionamento, Fred Haise si ritirò dalla NASA dopo l’annullamento della missione Apollo 18, mentre Jack Swigert si licenziò dall’agenzia spaziale americana per intraprendere la carriera politica, fu eletto al Congresso per lo stato del Colorado ma morì prima di assumere la carica. Nel complesso Ron Howard ha diretto con maestria didascalica il gruppo di star hollywoodiane assemblato per il cast, in cui spiccano secondo copione il protagonista Tom Hanks e il solito Ed Harris alle prese con l’ennesima caratterizzazione di spessore della sua carriera. Apollo 13 tratteggia un quadro molto realistico della società americana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, già completamente focalizzata sull’informazione televisiva ma pronta a dimenticare un evento un attimo dopo che non è più sulla cresta dell’onda: è appunto quel che era successo alle missioni della NASA dopo aver vinto la corsa allo spazio con l’URSS in seguito all’allunaggio del 1969, che aveva fatto calare drasticamente l’interesse per le missioni successive, interesse che si riaccese in modo istantaneo in seguito alle drammatiche vicissitudini dell’Apollo 13. Pellicola notevole anche sul versante tecnico: nel 1996 al film di Ron Howard sono stati infatti assegnati due Oscar tecnici per il miglior montaggio e per il miglior sonoro. Da vedere.

Apollo 13, regia di Ron Howard, con Tom Hanks, Kevin Bacon, Bill Paxton, Gary Sinise, Ed Harris, Kathleen Quinlan; drammatico; U.S.A.; 1995; C.; dur. 134’

mercoledì 22 febbraio 2023

IL PIÙ BEL GIOCO DELLA MIA VITA, TRA GOLF E STORIA VERA

Ci sono i film sportivi e le leggende dello sport: Il più bel gioco della mia vita racconta la storia forse più leggendaria legata al golf, una disciplina sportiva che sembra sia stata inventata nel XIII secolo in Scozia, dove ancora oggi è considerata lo sport nazionale, un gioco semplice che consiste nello spedire in buca una pallina utilizzando una serie di mazze in campi erbosi sviluppati dal cosiddetto tee di partenza al green conclusivo. La vicenda ricostruita dal film di Bill Paxton è una storia vera e andò in scena nella verde cornice degli U.S. Open di golf del 1913, che furono giocati nei campi del Country Club di Brookline, Massachusetts. Si tratta di una vera e propria favola sportiva perché quell'edizione fu vinta per la prima volta da un cosiddetto amateur (ovvero un dilettante), il ventenne Francis Ouimet, che costrinse ai playoff i più grandi campioni dell'epoca (i britannici Harry Vardon e Ted Ray), che riuscì sorprendentemente a battere, diventando un mito all'inizio della sua carriera. La storia prende avvio da lontano: l'umile famiglia di Francis Ouimet viveva infatti nei dintorni del Country Club di Brookline (esattamente nelle vicinanze della buca 17) e il ragazzo, fin da bambino, fu affascinato dal golf, che iniziò a conoscere prestando servizio come caddie e per cui dimostrò ben presto un notevole talento naturale. Dopo essersi segnalato a livello agonistico in alcune competizioni giovanili, Francis Ouimet fallì clamorosamente la qualificazione al primo torneo importante a cui era stato invitato e abbandonò il golf, anche a causa dell'opposizione del padre, che lo riteneva una perdita di tempo. In effetti l’ambiente del golf era molto esclusivo e la bassa estrazione sociale del ragazzo avrebbe dovuto costituire un ostacolo insuperabile, ma un socio lungimirante del Country Club che avrebbe ospitato gli Open americani del 1913 spinse Francis a riprovarci: il giovane golfista dilettante così affrontò le diciotto buche dell'impegnativo percorso in compagnia di un caddie di soli dieci anni, Eddie Lowery, e a sorpresa ebbe la meglio proprio sul campione che l'aveva ispirato da bambino tanti anni prima, Harry Vardon, il grande campione di cui Francis ha letto il manuale sul golf, imparando perle come questa: "Ci sono due tipi di giocatori, quelli che sanno tenere a bada i nervi e vincono i campionati, e quelli che non sanno dominarsi". Il tutto ovviamente si realizza in un lieto fine da sogno in cui perfino il padre riottoso del protagonista cambierà idea applaudendo l'incredibile impresa compiuta dal figlio, celebrata da una nazione intera. Il più bel gioco della mia vita è una commedia biografica a sfondo sportivo raccontata da Bill Paxton in modo disteso ed accattivante, traslata dall'omonimo libro di Mark Frost (inedito in Italia). Si tratta di una classica commedia sportiva per famiglie della Disney, ma in sottofondo vengono toccate varie tematiche: le differenze sociali dalla prospettiva di uno sport dichiaratamente classista, il sogno di una vita diversa fuori dai binari a cui un ragazzo senza prospettive sembra condannato dalla nascita, la magia di uno degli sport più armonicamente legati alla natura, il rapporto tra un dilettante e la leggenda sportiva che ha acceso dentro di lui una scintilla inestinguibile. Sul fronte registico Bill Paxton raggiunge l'apice del film probabilmente rappresentando il coprotagonista che sembra isolarsi mentalmente dal resto del mondo per concentrarsi sui colpi decisivi della partita. E si tratta di una storia vera, quindi quando arriva il momento dell'immancabile happy ending lo spettatore può lasciarsi andare con trasporto alle emozioni con la tranquillità che non si tratta del tipico finale buonista di marca disneyana ma di una leggenda sportiva successa per davvero.

Il più bel gioco della mia vita - The Greatest Game Ever Played, regia di Bill Paxton, con Shia LaBeouf, Stephen Dillane, Elias Koteas, James Paxton, Matthew Knight, Eugenio Esposito, Peter Firth; biografico; U.S.A.; 2005; C.; dur. 120'

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's...