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lunedì 7 giugno 2021

BILLY ELLIOT


Per certi versi il cinema inglese può ringraziare gli anni di piombo in cui la Lady di ferro Margaret Thatcher rivoluzionava l’economia nazionale stringendo la cinghia e costringendo torme di operai ad un futuro senza occupazione od a scioperi privi di futuro: è proprio a quel controverso periodo che si sono ispirati Mark Hermann con Grazie, Signora Thatcher! e Peter Cattaneo con The full monty, due divertenti commedie accomunate dal desiderio di riscatto sociale dei protagonisti. Non fa eccezione in tal senso nemmeno Billy Elliot dell’esordiente Stephen Daldry, ultimo fenomeno del Regno Unito in termini d’incassi, che è riuscito nella non facile impresa di mettere d’accordo pubblico e critica. Siamo nel 1984: Billy Elliot è un tranquillo undicenne che vive negli squallidi sobborghi di una cittadina inglese, ha da poco perso la madre, vive con una nonna (molto) svagata ma simpaticissima, un fratello maggiore e un padre, entrambi minatori ed entrambi impegnati in uno sciopero ad oltranza che sta mettendo a dura prova la sopravvivenza della famiglia. La miniera tra l’altro sembra costituire il futuro più probabile per Billy, semplicemente perché questo è il destino dei ragazzi della sua estrazione sociale. Allo stesso modo l’unico sport… praticabile per un rampollo della classe operaia, come lui, è il pugilato: il ragazzo però non è tagliato per i pugni, anzi è semplicemente negato e finisce spesso al tappeto, ma è proprio in palestra che sboccia la sua improvvisa passione per le lezioni di danza della coriacea Mrs. Wilkinson, che comincia a insegnare proprio quando finisce la lezione del buon Billy. E così, fatalmente, lasciati i vecchi guantoni paterni per le scarpette da ballo, Billy dovrà lottare non poco contro l’incomprensione familiare per la sua innata e crescente propensione artistica. Ma siamo pur sempre nell’ambito di una commedia: dopo tanti sfoghi danzanti per i vicoli del suo quartiere, la testardaggine della sua insegnante lo porterà a tentare un’audizione alla prestigiosa Royal Ballet School di Londra. Ed è con l’elettricità (letteralmente) liberata ballando che Billy lascerà lo squallore suburbano della città natale per trovare la sua strada e coronare il suo amore per il balletto. Oltre che una splendida storia di formazione, Billy Elliot è l’ennesima favola di riscatto sociale: il piccolo protagonista danzando si trasforma in elettricità, lascia la scatola chiusa del suo mondo ristretto per l’arte, smette di essere soltanto un ragazzino della working class, si libera dai vincoli sociali librandosi nella fantasia di un futuro diverso. Nel cast di ottimo livello spiccano Jamie Bell e Julie Walters, bravissimi nelle loro schermaglie didattiche. Strepitosa la colonna sonora, caratterizzata da un pugno di classici rock e punk (soprattutto i T.Rex di Marc Bolan ma anche Jam, Style Council e Clash). Si tratta di una semplice favola, certo, ma dove tutto va per il verso giusto e in certi momenti davvero toccante. In tralice Stephen Daldry tocca con sensibilità il tema della diversità e degli stereotipi di genere. Assolutamente da vedere.

BILLY ELLIOT, regia di Stephen Daldry, con Jamie Bell, Julie Walters, Gary Lewis, Jean Heywood, Stuart Wells; commedia; Gran Bretagna; 2000; C.; dur. 1h e 50’

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