giovedì 13 giugno 2024

APOLLO 13: HOUSTON, ABBIAMO UN PROBLEMA...

Ispirato dal libro Lost Moon di Jim Lovell e Jeffrey Kluger, il film di Ron Howard descrive dettagliatamente la missione spaziale della NASA denominata Apollo 13, decollata l’11 aprile del 1970 e rimasta celebre perché un grave incidente mise a serio rischio le vite dei tre astronauti americani Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise. Si tratta della missione in cui fu pronunciata la storica battuta “Houston, abbiamo un problema”, in seguito alla quale fu attuato il più incredibile salvataggio a distanza della storia umana. Tutto prende avvio circa un anno prima, il 20 luglio 1969, quando viene celebrato in diretta televisiva il leggendario sbarco sulla Luna di Neil Armstrong nell’ambito della missione Apollo 11, il cui equipaggio di riserva era costituito da Jim Lovell, Bill Anders e Fred Haise. Non passano che pochi giorni e questi ultimi vengono scelti per sostituire l’equipaggio dell’Apollo 13 agli ordini di Alan Shepard, estromesso per un problema uditivo. A tre giorni dal lancio dell’Apollo 13 si verifica un incidente per l’esplosione dei serbatoi di ossigeno: la navicella è danneggiata in modo irreversibile e la missione, che prevedeva l’allunaggio, annullata. Da quel momento diventa prioritario cercare di far sopravvivere i tre astronauti e riportarli a terra. Dopo l’iniziale scoraggiamento generale, il direttore di volo Gene Krantz organizza al meglio tutte le forze della NASA per quella che è diventata la più straordinaria operazione di salvataggio di tutti i tempi: per ottenere lo scopo viene richiamato in servizio anche Ken Mattingly, componente dell’equipaggio originale estromesso dalla missione per il sospetto di un contagio da morbillo. Proprio lui offre un contributo fondamentale per creare una procedura in grado di riportare a terra la navicella nonostante i sistemi di bordo siano mal funzionanti o parzialmente indisponibili. Nei tre giorni seguenti il mondo intero seguirà la vicenda alla TV col fiato sospeso sperando in un lieto fine che sembra quanto mai difficile. Apollo 13 ricostruisce con grande efficacia documentaristica la missione spaziale più ricca di suspense della corsa allo spazio, decollata quando già l’interesse dei mass media era in forte calo dopo aver toccato l’apice con l’allunaggio del 1969. Paradossalmente i tre protagonisti non riuscirono mai a raggiungere la Luna in seguito, mentre Ken Mattilngly, l’unico rimasto fuori dal progetto, ci riuscì con la missione Apollo 16: Jim Lovell continuò a lavorare nella sala controllo della NASA fino al pensionamento, Fred Haise si ritirò dalla NASA dopo l’annullamento della missione Apollo 18, mentre Jack Swigert si licenziò dall’agenzia spaziale americana per intraprendere la carriera politica, fu eletto al Congresso per lo stato del Colorado ma morì prima di assumere la carica. Nel complesso Ron Howard ha diretto con maestria didascalica il gruppo di star hollywoodiane assemblato per il cast, in cui spiccano secondo copione il protagonista Tom Hanks e il solito Ed Harris alle prese con l’ennesima caratterizzazione di spessore della sua carriera. Apollo 13 tratteggia un quadro molto realistico della società americana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, già completamente focalizzata sull’informazione televisiva ma pronta a dimenticare un evento un attimo dopo che non è più sulla cresta dell’onda: è appunto quel che era successo alle missioni della NASA dopo aver vinto la corsa allo spazio con l’URSS in seguito all’allunaggio del 1969, che aveva fatto calare drasticamente l’interesse per le missioni successive, interesse che si riaccese in modo istantaneo in seguito alle drammatiche vicissitudini dell’Apollo 13. Pellicola notevole anche sul versante tecnico: nel 1996 al film di Ron Howard sono stati infatti assegnati due Oscar tecnici per il miglior montaggio e per il miglior sonoro. Da vedere.

Apollo 13, regia di Ron Howard, con Tom Hanks, Kevin Bacon, Bill Paxton, Gary Sinise, Ed Harris, Kathleen Quinlan; drammatico; U.S.A.; 1995; C.; dur. 134’

martedì 14 maggio 2024

WARGAMES - GIOCHI DI GUERRA

Primi anni Ottanta, al tramonto della Guerra Fredda, quando ancora sussisteva il pericolo concreto di una terza guerra mondiale a causa delle batterie di missili termonucleari degli U.S.A. e dell’Unione Sovietica. Ma al tempo stesso l’alba dell’era informatica, che dura ancora adesso. Il protagonista di Wargames è David Lightman, un normalissimo adolescente americano che ha un pessimo rendimento scolastico ma che è un vero e proprio genio dei computer: cercando notizie in anteprima su dei videogames di nuova generazione della Protovision, il ragazzo per caso riesce ad entrare in contatto con il WOPR (War Operation Plan Response), il supercalcolatore del sistema di difesa degli States, che passa tutto il tempo ad elaborare piani di attacco e di difesa in vista di un eventuale conflitto con i Sovietici. Dopo aver letto la lista dei giochi di strategia del WOPR, che crede di comunicare con il suo programmatore originale, il defunto Dott. Falken, David seleziona la guerra termonucleare globale e si schiera con i Russi. L’inizio di partita viene avvertito dai tecnici militari degli Stati Uniti come un attacco reale da parte dei Sovietici: gli Americani portano così lo stato di difesa (Defcon) sul livello 3 avvicinandosi sempre più verso la guerra, perché il calcolatore non fa differenza tra realtà virtuale ed effettiva. Va da sé che le mosse dello stato maggiore americano saranno interpretate come provocazioni in piena regola nei confronti dell’U.R.S.S. Catturato, David racconta la verità sull’accaduto ma nessuno gli presta fiducia, così che non gli resta che scappare e raggiungere il programmatore del WOPR, ovvero Stephen Falken, che non è morto ma ha cambiato identità e tipologia di ricerca dedicandosi alla paleontologia: il giovane protagonista cercherà di convincerlo a fermare il perverso sistema innescato inconsapevolmente da David. Persuaso dal ragazzo, lo scienziato fa ritorno con lui e con una compagna di classe (e d’avventura) nella stanza dei bottoni appena in tempo perché il sistema blindato che protegge il WOPR si attivi rendendo impossibile il contatto con l’esterno: siamo infatti alle soglie della terza guerra mondiale, a Defcon 1, e tra poco dai silos americani e sovietici i missili termonucleari saranno lanciati per davvero. Il WOPR, che impareremo a chiamare Joshua (come il defunto figlio del suo creatore, il Dott. Falken), sta infatti cercando di trovare i codici di lancio numerici per lanciare i missili, inviandoli a caso finché non avrà individuato quelli corretti. A pochi secondi dalla fine David indurrà il supercalcolatore a giocare a Tris contro se stesso, facendogli comprendere il concetto di stallo, che lui applicherà ad ogni tipo di conflitto simulato, arrivando così incontrovertibilmente alla conclusione che non c’è mai nessun vincitore. In un crescendo altamente spettacolare apprenderemo con lui dell’esistenza di situazioni in cui “l'unica mossa vincente è non giocare“, ovvero la pace. All’uscita il Wargames ottenne a sorpresa un grande successo internazionale e fece molto discutere per la potenziale pericolosità delle applicazioni della nascente scienza dell’informatica in ambito bellico. David è infatti uno dei primi hacker di celluloide ma, a differenza dei suoi successori, innesca per caso ed involontariamente un’escalation di eventi che potrebbe causare la terza guerra mondiale. Wargames è uno dei film d’azione sull’adolescenza e dintorni più intriganti degli ultimi quarant’anni e racconta come poche altre pellicole la storia di un ragazzo stritolato in un ingranaggio troppo più grande di lui, ma che in se stesso riesce comunque a trovare le risorse per fare la cosa giusta e rimettere tutto a posto. Gran parte dell’attrattiva della trama è data dal gran ritmo con cui gli eventi, rigidamente connessi l’uno con l’altro, si susseguono in una serrata corsa contro il tempo. Il protagonista, Matthew Broderick, divenne subito famoso ed avviò con questo ruolo una fortunata carriera cinematografica, inizialmente limitata soltanto a ruoli da teenager. Questa fortunata pellicola descrive in modo particolarmente incisivo il periodo finale della cosiddetta Guerra Fredda, che dagli anni Cinquanta opponeva due superpotenze come gli U.S.A. e l’U.R.S.S., nazioni antagoniste ed agli antipodi anche dal punto di vista ideologico (modello consumistico opposto al socialismo reale). Il film di John Badham, già autore di un successo generazionale come La febbre del sabato sera, prende spunto dalla diffusa mania degli adolescenti dell’epoca per i computer in generale e per i giochi elettronici in particolare, di cui il protagonista è un appassionato utente: lo vediamo la prima volta proprio mentre sta giocando a Galaga, un videogame molto popolare all’inizio degli anni Ottanta, e lo vedremo entrare fatalmente in contatto con il WOPR cercando di trovare informazioni su alcuni videogames di nuova generazione. Il film di John Badham è anche la prima pellicola che affronta in modo articolato il tema dell’informatica, che proprio all’inizio degli anni Ottanta cominciò ad entrare nelle case americane, ispirando un gran numero di adolescenti a compiere atti illeciti come entrare negli archivi privati di scuole, aziende o enti governativi. Per certi versi Wargames costituisce anche la pellicola che anticipa l’esplosione di Internet nel decennio successivo: la diffusione di una rete informatica a livello globale si rivelò uno dei fattori costitutivi della globalizzazione. Alcune celebri sequenze del film hanno preso spunto dalla realtà come la tecnica di telefonare a un’intera zona per identificare un recapito (ribattezzata dagli hackers del periodo “wordializing” in onore del film) o quella di usare la linguetta di una lattina per mandare in cortocircuito un telefono pubblico e fare una chiamata gratuitamente. È invece fantasia la ricerca dei codici di lancio dei missili nucleari che Joshua trova un numero alla volta (in realtà i computer dell’epoca avrebbero impiegato giorni per individuare la sequenza giusta). Il film fu visto anche dal presidente americano di allora, Ronald Reagan, che volle intensificare le procedure di sicurezza dell’arsenale strategico degli U.S.A. Curiosamente la sceneggiatura del film iniziò a girare alla fine degli anni Settanta e in un primo momento avrebbe dovuto essere l’ex beatle John Lennon ad interpretare il ruolo del Prof. Falken.

Wargames - Giochi di guerra (Wargames), regia di John Badham, con Matthew Broderick, Dabney Coleman, John Wood, Ally Sheedy, Barry Corbin; avventura/azione; U.S.A.; 1983; C.; dur. 1h e 54’

domenica 12 maggio 2024

I BAMBINI DI GAZA – SULLE ONDE DELLA LIBERTÀ

Striscia di Gaza, 2003: il film d’esordio del regista italoamericano Loris Lai prende avvio nel pieno della seconda intifada in un territorio in cui il 43% della popolazione ha meno di quattordici anni e nessuno è al sicuro nella propria casa, dato che si tratta di una zona talmente sovrappopolata che i bombardamenti finiscono sempre per far vittime tra i civili. Il protagonista della storia ha undici anni e si chiama Mahmud: vive con la madre Farah, che aiuta a vendere mazzi di timo, non ha più il padre, uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. Mahmud va a scuola senza troppo entusiasmo, gioca a calcio in un campo scalcinato con gli amici e con loro mima il conflitto tra Israeliani e Palestinesi, ma la sua vera passione è il surf: appena gli è possibile, corre sulla spiaggia e cerca di cavalcare le onde, dimenticando le miserie della vita di tutti i giorni. Un giorno il ragazzino scopre che un coetaneo sembra amare il surf come lui, ma sembra che l’altro non sia intenzionato a stringere amicizia con Mahmud perché ogni volta se ne va di gran fretta per evitare il minimo contatto. Incuriosito, Mahmud lo segue fino a casa, oltre i blocchi degli Israeliani, e scopre che si tratta dell’unico figlio di una coppia ebrea che vive nei pressi della striscia di Gaza. Infine Mahmud apprende che il ragazzino si chiama Alon: la diffidenza naturale che separa i due si scioglie quando il cosiddetto “fantasma di Gaza”, un trentenne campione di surf che si chiama Dan, accetta di impartire ad entrambi delle lezioni per migliorare la loro tecnica. Anche Dan ha una storia tormentata alle spalle: è approdato a Gaza in seguito alla morte della sorella, che era venuta in questa terra sfortunata per aiutare i feriti come medico, ed è praticamente diventato dipendente dagli antidolorifici in seguito a un brutto infortunio. Paradossalmente, il mare davanti alla costa di una striscia di terra tra le più tormentate del pianeta, diventerà un luogo di libertà e di equilibrio per i tre: in un certo senso ci riescono anche per la filosofia insita nello sport del surf, che consiste nel trovare un punto di incontro tra qualcosa di solido e un liquido al fine di volare, e ovviamente mentre stai volando non puoi che provare una impagabile sensazione di libertà anche se ti trovi in una prigione a cielo aperto come la striscia di Gaza… Bellissima storia, con un finale struggente e molti momenti che sono altrettanti pugni nello stomaco per lo spettatore. La storia di formazione al centro del film, ispirata al romanzo breve Sulle onde della libertà di Nicoletta Bortolotti, racconta un’amicizia adolescenziale sulla carta impossibile per le divisioni etniche che separano i due protagonisti, Mahmud e Alon, ma resa possibile dal comune amore per il surf. Al tempo stesso la storia cattura un incontro generazionale – favorito sempre dallo sport del surf – tra i due ragazzi e l’ex campione finito nel baratro della dipendenza per le conseguenze di un infortunio e di un dolore personale. I bambini di Gaza cattura poi con tutte le idiosincrasie che emergono sullo sfondo di uno dei luoghi più pericolosi del pianeta: l’odio etnico che si mischia perfino con il gioco, la vita quotidiana che comunque continua in una delle città più invivibili a livello globale, la passione sportiva come mezzo per ritrovare la libertà, l’amicizia tra pari che sboccia nonostante tutto. La regia accompagna la narrazione alternandosi tra i vari personaggi e gli squarci di filosofia del surf che scandiscono la storia: il racconto visivo diventa più decisamente più nervoso nelle scene di maggior impatto drammatico. La prova del cast, equamente distribuito tra attori palestinesi e israeliani, nel complesso convince, soprattutto il giovanissimo protagonista Marwan Hamdan, davvero intenso - peraltro sembra che sul set i due bambini protagonisti fossero diventati amici inseparabili, a differenza delle rispettive madri –. Un film bellissimo ed insostenibile, con un finale struggente di quelli che non si dimenticano.

I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà (How kids roll), regia di Loris Lai, con Marwan Hamdan, Mikhael Fridel, Tom Rhys Harries, Lyna Khoudri, Qassim Gdeh; drammatico; U.S.A.; 2024; C.; dur. 90’

giovedì 11 aprile 2024

The Core

Prende avvio in sordina The Core, proponendoci un inspiegabile fatto di cronaca andato in scena a Chicago ai giorni nostri, con l’improvviso decesso di una serie di persone, morte nello stesso identico momento e tutte corredate di peace-maker. Per chiarire il mistero gli uomini in nero dell’Fbi chiamano il Dr. Josh Keyes, un giovane talento del prestigioso MIT, che comincia a mettere insieme i pezzi dell’intricato mosaico e scopre una realtà sconcertante: il nucleo terrestre ha interrotto il proprio movimento rotatorio per motivi sconosciuti, cominciando a causare una serie di sconvolgimenti climatici di gravità esponenziale che, nel breve volgere di qualche mese, porterà all’estinzione della razza umana. L’apocalisse viene subito confermata a Londra da uno stormo impazzito di uccelli per Trafalgar Square e un crescendo globale di tempeste elettrostatiche che raggiungono il loro spettacolare culmine in quel di Roma con grande profluvio di effetti speciali. Insomma, un quadretto da (classica) fine del mondo, in estrema sintesi, all’apparenza irreversibile, dato che l’unico modo per rimettere in moto il nucleo terrestre sarebbe bombardarlo con testate nucleari sperando di riattivarne la rotazione: un problema insolubile soprattutto considerando che la scienza non è ancora in grado di realizzare una navetta capace di raggiungere il cuore del pianeta perforando migliaia di chilometri di roccia e mantelli metallici vari. Ma quando si hanno a disposizione le infinite risorse del governo a stelle e strisce, tutto diventa possibile: anche reperire quindici miliardi di dollari per sviluppare nel tempo record di soli tre mesi un prototipo sperimentale di serpentone-trivellatore laser concepito da un eccentrico ricercatore di colore. Costruito il mezzo, viene allestita una squadra di ‘terranauti’ guidata da due piloti di Shuttle, dal prode Dr. Keyes, dai suoi colleghi Serge Levecque e Conrad Zimsky, nonché dal progettista dell’ultratecnologico ‘talpone’. The Core prosegue con l’attuazione dell’ardita impresa, che passerà attraverso un macroscopico errore di valutazione ed una serie di ostacoli e sfortune che richiederanno un ingente tributo di sangue da parte dell’equipaggio. Infine, grazie ad una correzione di tiro, ad un’idea estemporanea per risolvere il blocco planetario e ad una buona dose di testardaggine degli eroi superstiti, la rotazione del nucleo sarà riattivata e la Terra salvata. Il tutto per scoprire che il problema era meno casuale di quanto si potesse immaginare e forse involontariamente causato proprio dalla nazione che si è poi impegnata per risolverlo. Nel complesso un discreto film d’azione fantascientifica, dotato di qualche sequenza altamente spettacolare e di un buon ritmo, nonostante la storia sia scontata non solo per l’happy ending ma in tutta l’evoluzione del plot. Buona anche la prova complessiva del cast (in cui brilla il convincente protagonista Aaron Eckhart), per quanto tutti i personaggi risultino abbastanza ‘grezzi’ sul fronte narrativo. Una tranquilla variazione sul tema di filmoni catastrofici americani sullo stile di Armageddon e Deep Impact, magari con un filo di retorica in meno, il che certamente non guasta, ma siamo ben lontani dalle suggestioni del leggendario Viaggio al centro della Terra di Jules Verne...

The Core, regia di Jon Amiel, con Aaron Eckhart, Hilary Swank, Delroy Lindo, Stanley Tucci, Tcheky Karyo, Nicole Leroux; fantascienza; Usa/Gran Bret.; 2003; C.; dur. 2h e 15'

giovedì 29 febbraio 2024

MONSTERS & CO.: QUANDO IL SOGNO SI FA PIXAR

Ma esistono i mostri? Stando a Monsters & Co. di Pete Docter, parrebbe proprio di sì: i mostri si nascondono nell’oscurità, dietro porte ed armadi, pronti a manifestarsi all’improvviso per spaventare i bambini e raccoglierne le urla di terrore, una tipologia di energia rinnovabile, pulita e inquietante. I mostri made in Pixar vivono a Mostropoli, un mondo parallelo abitato da raccapriccianti creature di ogni forma e dimensione, molti dei quali che lavorano presso la Monsters & Co., una sorta di fabbrica dello spavento, una centrale energetica in cui le urla di paura infantili sono raccolte e convertite – previa trasformazione attraverso macchinari ipertecnologici – nell’energia elettrica indispensabile alla sopravvivenza del pianeta. Peraltro a Mostropoli corrono tempi duri, perché atterrire i bambini sta diventano un’impresa sempre più ardua: alla Monsters & Co. si confida sul ‘terrorizzatore’ del momento, ovvero James P. Sullivan, detto Sulley, un colosso di due metri e mezzo dotato di corna e coperto di peli verdi e blu. Sulley, aiutato dall’assistente Mike Wazowski, un simpatico monocolo verde, è all’apice della popolarità e deve solo guardarsi dal secondo maestro del terrore, il camaleontico Randall Boggs. Ma un imprevisto incombe sul protagonista: una notte Sulley si accorge infatti che una porta dimensionale della Monsters & Co. è rimasta aperta. Mentre indaga sulla cosa senza accorgersene Sulley lascia entrare a Mostropoli la piccola Boo, una bambina che, per niente intimorita dalle orribili fattezze delle creature che la circondano, entra subito in confidenza con i due mostri dal cuore d’oro, minacciando di combinarne delle belle. Sulley e Mike dovranno trovare un modo di rimandare Boo nel proprio mondo perché, strano a dirsi, i cittadini di Mostropoli hanno un’atavica paura dei bambini: li ritengono altamente tossici e sono convinti che un contatto diretto con loro avrebbe conseguenze letali. Monsters & Co. è basato sul rovesciamento delle assiomatiche certezze in materia orrorifica: anche i mostri hanno paura, ed il loro incubo sono proprio i bambini. Felicemente sospeso tra la verve della Disney e la fantasia onirica di Tim Burton, l’ennesimo capolavoro d’animazione della Pixar – dopo Toy Story (con relativi sequel) e A bug’s life – risulta esilarante, ricco d’ironia e dotato di citazioni filmiche in serie, ovvero i punti di forza del notevole Shrek: entrambe le pellicole sono state infatti candidate al primo Oscar nella nuova categoria cartoon (poi attribuito all’orco verde della Dreamworks). Tra una scena e l’altra il film offre anche uno spaccato non banale sulla percezione delle diversità, sull’importanza dell’energia (e del profitto) nel mondo contemporaneo e sul valore simbolico del sogno. Una fiaba d’animazione ad orologeria e ricca di immaginazione con un cast di personaggi davvero indimenticabili: assolutamente da non perdere.

Monsters & Co. - Monsters Inc., regia di Pete Docter; animazione; Usa; 2001; C.; dur. 1h e 31'

domenica 11 febbraio 2024

SCHOOL OF ROCK

Raramente un film riesce a coniugare la passione per la musica rock con l’ambientazione scolastica con la stessa efficacia di School of Rock di Richard Linklater, che è riuscito a colpire nel bersaglio soprattutto grazie all’istrionica interpretazione di Jack Black ed al fortunato casting che ha assemblato la classe degli alunni del protagonista. La storia è semplice quanto efficace: Dewey Finn è un chitarrista animato dal classico sogno di diventare una rockstar ma viene buttato fuori dal suo gruppo per il suo eccessivo protagonismo sul palco, così, trovandosi in bolletta, coglie al volo l’occasione di una supplenza proposta al suo coinquilino, Ned Schneebly, che ha abbandonato il rock per dedicarsi all’insegnamento. Spacciandosi per quest’ultimo, Dewey prende servizio alla Horace Green, una delle più prestigiose scuole elementari cittadine, con l’obiettivo di far passare il tempo in un’eterna ricreazione per arrivare allo stipendio. Un giorno, per caso, si accorge che molti ragazzi della sua classe sono talentuosi musicisti, anche se non molto ispirati dei brani di musica classica che devono eseguire, così decide di trasformare i propri studenti in una rock band per farli partecipare alla battaglia delle band (e magari a vincere la competizione). Il progetto contagia i ragazzi, a cui vengono assegnati i ruoli sul palco (ovvero i musicisti) e a supporto dello show (costumista, sicurezza, tecnico delle luci, manager e così via). Quando arriva il gran giorno dell’audizione, il variegato gruppo arriva in ritardo, ma Dewey riesce a convincere gli organizzatori ad ascoltare i suoi ragazzini spacciandoli come malati terminali. Alla fine, a causa dell’insopportabile fidanzata dell’amico Ned, l’inganno del protagonista viene denunciato e lui licenziato in tronco, ma saranno gli stessi ragazzi a fuggire da scuola trascinando l’ex docente sul palco per la battaglia delle band conquistando il pubblico e gli inferociti genitori che li stanno cercando. L’happy ending incombe sulla storia preparandone lo sviluppo in chiave rock con un doposcuola musicale. La sceneggiatura di Mike White (che interpreta nel cast il personaggio di Ned Schneebly) è semplice ma cattura subito l’attenzione e fila come un orologio svizzero contrappuntata da una colonna sonora all’insegna di numerosi classici di varie rock band: Doors, Clash, Deep Purple, Who, AC/DC, Black Sabbath, Ramones, T.Rex, David Bowie e, incredibilmente, anche Led Zeppelin (convinti a concedere l’uso di Immigrant Song grazie ad una ‘preghiera’ di Jack Black davanti a un pubblico adorante poi entrata negli extra del DVD del film). La commedia funziona anche grazie alla simpaticissima preside di Joan Cusack, divenuta ingessata per timore dei fastidiosi genitori con cui ha a che fare ma che nasconde dentro di sé un’accanita fan di Stevie Nicks. Dalla prospettiva degli alunni School of Rock è un divertente film sulla scuola, mentre rispetto al punto di vista del protagonista costituisce un film di formazione sulle seconde possibilità professionali che talvolta si verificano nella vita: nello specifico un musicista fallito si dimostra un appassionato insegnante di rock capace di contagiare i suoi studenti a trecentosessanta gradi. Assolutamente da vedere, soprattutto in attesa della canzone preparata dal gruppo di Dewey per la battaglia delle band, School of Rock, appunto, e della cover di It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock 'n' Roll) degli AC/DC che i ragazzi suonano sui titoli di coda.

School of Rock, regia di Richard Linklater, con Jack Black, Kevin Alexander Clark, Miranda Cosgrove, Rebecca Julia Brown, Joey Gaydos Jr.,Mike White, Joan Cusack; commedia/musicale; U.S.A.; 2003; C.; dur. 1h e 45’

domenica 4 febbraio 2024

SHREK: SE L'ORCO DIVENTA UN EROE DA FIABA

Shrek è un cartoon prodotto dalla Dreamworks e co-diretto da Andrew Adamson e Victoria Jenson. Questo film d'animazione (rigorosamente computerizzata) è l'adattamento dell'omonimo romanzo per ragazzi di William Steig e la relativa sceneggiatura è stata firmata dal quartetto composto da Ted Elliot, Terry Rossio, Roger Schulman e Joe Stillman. Protagonista della storia è appunto Shrek, un orco verde un po' scorbutico ma dal cuore d'oro e dall'indole generosa, naturalmente schivo e ormai rassegnato al fatto di essere sempre giudicato in base al suo aspetto poco rassicurante. Per tutti questi motivi Shrek vive solitario in una palude sperduta ma la sua quiete è interrotta dall’incontro con Ciuchino, un mulo parlante che chiacchiera in continuazione e che segue l’orco fino a casa in quanto è scappato dalla padrona che l’ha venduto al truce Lord Farquaad, un losco signore che non sopporta le creature magiche e che le sta “comprando” per esiliarle dal suo feudo, Duloc. Shrek acconsente a dare temporaneamente ospitalità a Ciuchino ma la sera stessa la sua palude viene letteralmente invasa da una vera e propria miriade di personaggi del regno delle fiabe, in cerca di una nuova casa perché scacciati da Farquaad, che ha dimensioni assai ridotte e inversamente proporzionali al suo smisurato ego. Per risolvere la faccenda Shrek si fa condurre da Ciuchino fino a Duloc, la città di Farquaad, che gli scatena contro i cavalieri che ha richiamato per un torneo il cui vincitore dovrà partire per una pericolosissima missione per suo conto. Così, dopo averli abbattuti tutti con l'aiuto di Ciuchino, per salvare il mondo incantato cui lui stesso appartiene (e recuperare così la tranquillità infranta), il protagonista dovrà scendere a compromessi con Farquaad e sobbarcarsi il salvataggio della splendida principessa Fiona, tenuta prigioniera in un inespugnabile castello difeso da un terribile drago: il minuscolo signore vuole liberarla per sposarla e diventare un re. Nell'impresa Shrek sarà accompagnato dal simpatico Ciuchino e finirà fatalmente per innamorarsi della bella principessa, che forse ha un imbarazzante segreto da nascondere. Nella versione originale ai personaggi animati hanno prestato le proprie voci noti attori hollywoodiani del calibro di Mike Myers, Eddie Murphy, Cameron Diaz e John Lithgow. Nel film della Dreamworks compaiono numerose citazioni in chiave fiabesca, praticamente una in ogni sequenza del film, e soprattutto riguardo personaggi della concorrente Disney, spesso ritratti attraverso un'ottica irresistibilmente parodica: non a caso l'orco è costretto ad ospitare in casa sua in contemporanea una trentina di 'colleghi', tra i quali figurano Pinocchio, i tre porcellini, Peter Pan, Biancaneve ed i sette nani. Particolarmente notevole la sequenza che vede impegnata la principessa Fiona in un combattimento a base di arti marziali sulla falsa riga di Matrix delle sorelle Wachowski. Un cartoon nel complesso originale, divertente ed a tratti spettacolare: il film di Andrew Adamson e Victoria Jenson si profila come una caleidoscopica antologia fiabesca, ricca di colori, suoni e splendide immagini. Davvero straripante dal punto di vista narrativo, il film della Dreamworks rilegge il genere della fiaba con numerose idee originali: lo specchio magico che sembra un presentatore televisivo, una principessa dotata di un lato oscuro (a fronte di un orco di buon cuore), un drago che in realtà è una draghessa che si innamora di un mulo parlante, un happy ending che è il trionfo della diversità… Per le molteplici chiavi di lettura Shrek è riuscito a catturare l’attenzione di spettatori grandi e piccoli risultando il quarto film più visto del 2001 e si è aggiudicato il primo storico Oscar al miglior film d’animazione, categoria istituita dall’Academy Award proprio nel 2002. Dopo il successo di questo film la DreamWorks ne ha prodotto ben tre sequel e due spin-off dedicati al Gatto con gli Stivali, personaggio entrato nel cast di Shrek 2.

Shrek, regia di Andrew Adamson e Victoria Jenson; animazione; Usa; 2001; C.; dur. 1h e 30'

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's...