mercoledì 8 marzo 2023

HUNGER GAMES... E POSSA LA FORTUNA ESSERE SEMPRE A VOSTRO FAVORE

Già prima di uscire nelle sale era logico attendersi che questo film sarebbe diventato un grande successo internazionale: si tratta di Hunger Games, l'atto primo di una tetralogia che prende spunto dall'omonimo romanzo per ragazzi di Suzanne Collins, un bestseller osannato da gran parte della critica e molto amato dagli adolescenti, nei cuori dei quali ha un po' sostituito la saga di Twilight. L'operazione di traslazione cinematografica è stata affidata al talentuoso Gary Ross, valente sceneggiatore e regista di Pleasantville e di Seabiscuit. La storia è ambientata in un mondo prossimo e venturo nella nazione di Panem, che si è costituita in Nord America in un futuro post-apocalittico. Il potente governo centrale di Panem da Capitol City amministra con mano saldamente autoritaria i dodici distretti in cui è suddiviso lo stato, ma c'è stato un tempo in cui i distretto erano tredici e osarono rivoltarsi. La ribellione però fu stroncata duramente e il Distretto 13 distrutto: da allora, per instillare nei cittadini l'idea che neppure gli adolescenti possono sottrarsi al controllo del governo, ogni anno nella capitale sono organizzati gli Hunger Games, una sorta di estremo reality televisivo in cui ventiquattro ragazzi devono sfidarsi a una gara di sopravvivenza da cui uscirà un solo vincitore, un unico superstite: ogni distretto sorteggia infatti per questo letale spettacolo un ragazzo e una ragazza di età compresa tra gli 11 e i 18 anni. Ovviamente partecipare equivale a una quasi sicura condanna a morte, ma è esattamente quello che la giovane Katniss Everdeen è costretta a fare, offrendosi come volontaria per salvare la sorella minore, che era stata estratta come rappresentante del Distretto 12, il più misero e sfortunato di Panem. Katniss si ritrova così a partire insieme all’altro partecipante, Peeta Mellark, un giovane con cui è cresciuta insieme. I due, insieme agli altri sorteggiati, ben presto si ritrovano sullo scenario degli Hunger Games, una zona boscosa completamente tappezzata di telecamere per seguire il mortale spettacolo in diretta televisiva e consentire di modificare a piacimento l’ambientazione introducendo armi, animali geneticamente modificati e difficoltà atmosferiche. Come in tutti i reality è importante suscitare l’affetto del pubblico e destare l’interesse degli sponsor per aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza. Si tratta inoltre di una lotta impari, perché alcuni concorrenti si sono lungamente addestrati per l’evento, mentre quelli come Katniss, provenienti da un poverissimo distretto di minatori, sembrano non avere la minima possibilità (anche perché il Distretto 12 ha vinto appena due volte in settantatré edizioni). Ovviamente la nostra eroina saprà vendere cara la pelle, rivelandosi molto più tosta delle aspettative e nonostante l’amico di sempre, Peeta, le abbia dichiarato il suo amore in diretta TV: riuscirà a conservare un briciolo di dignità umana e a fare la cosa giusta? È lecito pensare di sì, dato che l'eroina è la protagonista indiscussa della saga... Nel complesso Hunger Games si dimostra un buon action movie per ragazzi, “cattivo” e spettacolare al punto giusto, peraltro dotato di risvolto postapocalittico ed annessa riflessione sulla capacità adolescenziale di cambiare il mondo – se vogliamo anche sulla loro propensione alla violenza, come aveva intuito a suo tempo William Golding nel romanzo Il signore delle mosche –. La storia sviscera nel profondo anche i risvolti sociali del piccolo schermo: una storica punizione a carico delle colonie ribelli si esplicita in uno spettacolo televisivo che pare un inquietante incrocio tra un reality e una versione fantascientifica dei giochi gladiatori. Il senso riposto del macabro spettacolo in cui si stanno cacciando i due giovani protagonisti lo spiega all'inizio della storia Haymitch Abernathy, il loro mentore, l'unico tributo del Distretto 12 ancora in vita degli unici due capaci di vincere un'edizione degli Hunger Games in tre quarti di secolo: empatizzare col pubblico può essere ciò che fa la differenza tra vivere e morire. A questo primo capitolo sono seguiti altri tre film: La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta, uscito in due parti distinte. Da segnalare anche la colonna sonora prodotta dal grande T-Bone Burnett: sedici canzoni inedite ispirate agli Hunger Games ed interpretate tra gli altri da Taylor Swift, Arcade Fire e Maroon 5. Assolutamente da vedere.

Hunger Games, regia di Gary Ross, con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Lenny Kravitz, Elizabeth Banks, Stanley Tucci, Wes Bentley, Willow Shields, Woody Harrelson, Donald Sutherland, Toby Jones; drammatico/azione; U.S.A.; 2012; C.; dur. 142'

mercoledì 22 febbraio 2023

IL PIÙ BEL GIOCO DELLA MIA VITA, TRA GOLF E STORIA VERA

Ci sono i film sportivi e le leggende dello sport: Il più bel gioco della mia vita racconta la storia forse più leggendaria legata al golf, una disciplina sportiva che sembra sia stata inventata nel XIII secolo in Scozia, dove ancora oggi è considerata lo sport nazionale, un gioco semplice che consiste nello spedire in buca una pallina utilizzando una serie di mazze in campi erbosi sviluppati dal cosiddetto tee di partenza al green conclusivo. La vicenda ricostruita dal film di Bill Paxton è una storia vera e andò in scena nella verde cornice degli U.S. Open di golf del 1913, che furono giocati nei campi del Country Club di Brookline, Massachusetts. Si tratta di una vera e propria favola sportiva perché quell'edizione fu vinta per la prima volta da un cosiddetto amateur (ovvero un dilettante), il ventenne Francis Ouimet, che costrinse ai playoff i più grandi campioni dell'epoca (i britannici Harry Vardon e Ted Ray), che riuscì sorprendentemente a battere, diventando un mito all'inizio della sua carriera. La storia prende avvio da lontano: l'umile famiglia di Francis Ouimet viveva infatti nei dintorni del Country Club di Brookline (esattamente nelle vicinanze della buca 17) e il ragazzo, fin da bambino, fu affascinato dal golf, che iniziò a conoscere prestando servizio come caddie e per cui dimostrò ben presto un notevole talento naturale. Dopo essersi segnalato a livello agonistico in alcune competizioni giovanili, Francis Ouimet fallì clamorosamente la qualificazione al primo torneo importante a cui era stato invitato e abbandonò il golf, anche a causa dell'opposizione del padre, che lo riteneva una perdita di tempo. In effetti l’ambiente del golf era molto esclusivo e la bassa estrazione sociale del ragazzo avrebbe dovuto costituire un ostacolo insuperabile, ma un socio lungimirante del Country Club che avrebbe ospitato gli Open americani del 1913 spinse Francis a riprovarci: il giovane golfista dilettante così affrontò le diciotto buche dell'impegnativo percorso in compagnia di un caddie di soli dieci anni, Eddie Lowery, e a sorpresa ebbe la meglio proprio sul campione che l'aveva ispirato da bambino tanti anni prima, Harry Vardon, il grande campione di cui Francis ha letto il manuale sul golf, imparando perle come questa: "Ci sono due tipi di giocatori, quelli che sanno tenere a bada i nervi e vincono i campionati, e quelli che non sanno dominarsi". Il tutto ovviamente si realizza in un lieto fine da sogno in cui perfino il padre riottoso del protagonista cambierà idea applaudendo l'incredibile impresa compiuta dal figlio, celebrata da una nazione intera. Il più bel gioco della mia vita è una commedia biografica a sfondo sportivo raccontata da Bill Paxton in modo disteso ed accattivante, traslata dall'omonimo libro di Mark Frost (inedito in Italia). Si tratta di una classica commedia sportiva per famiglie della Disney, ma in sottofondo vengono toccate varie tematiche: le differenze sociali dalla prospettiva di uno sport dichiaratamente classista, il sogno di una vita diversa fuori dai binari a cui un ragazzo senza prospettive sembra condannato dalla nascita, la magia di uno degli sport più armonicamente legati alla natura, il rapporto tra un dilettante e la leggenda sportiva che ha acceso dentro di lui una scintilla inestinguibile. Sul fronte registico Bill Paxton raggiunge l'apice del film probabilmente rappresentando il coprotagonista che sembra isolarsi mentalmente dal resto del mondo per concentrarsi sui colpi decisivi della partita. E si tratta di una storia vera, quindi quando arriva il momento dell'immancabile happy ending lo spettatore può lasciarsi andare con trasporto alle emozioni con la tranquillità che non si tratta del tipico finale buonista di marca disneyana ma di una leggenda sportiva successa per davvero.

Il più bel gioco della mia vita - The Greatest Game Ever Played, regia di Bill Paxton, con Shia LaBeouf, Stephen Dillane, Elias Koteas, James Paxton, Matthew Knight, Eugenio Esposito, Peter Firth; biografico; U.S.A.; 2005; C.; dur. 120'

MATRIX: IL FUTURO DISTOPICO È QUI

Matrix è una pellicola dal devastante impatto iniziale: durante la prima mezz’ora del film ci troviamo proiettati in una storia in fieri, velocissima, intrigante, senza spiegazioni di sorta. Parrebbe un normale plot d’azione, se non fosse che si avverte qualcosa di strano che incombe sui destini dei personaggi, poi, gradualmente, la verità viene fuori, e si tratta di una verità incredibile: nel XXII secolo e dintorni l’umanità vivrebbe, inconsapevole, in un mondo puramente virtuale, che nulla ha a che fare col tempo in corso, con la realtà, con la ‘normale’ condizione umana. Lo scopriamo insieme al protagonista, Thomas E. Anderson, in arte Neo, tranquillo programmatore di un’impresa informatica di giorno, hacker spericolato di notte. Conteso da un gruppo di (apparenti) agenti dell’Fbi dai modi poco ortodossi e da una banda di terroristi del cyberspazio, Neo sceglie di aggregarsi a questi ultimi, in cerca della verità finale: a svelargliela sarà proprio Morpheus, il capo del gruppo, che nel giovane ha riconosciuto l’Eletto, ovvero colui che salverà l’umanità dalla schiavitù in cui l’ha ridotta da un numero imprecisato di anni il computer definitivo, Matrix, appunto, una sorta di Big Brother cibernetico che si serve dei corpi umani come pile naturali per ricavarne energia – in cambio di un’esistenza fittizia, assolutamente virtuale e congelata alla fine del secondo millennio, insomma ai giorni nostri –. Per la trama principale i Wachowski Brothers hanno shakerato con buon gusto stralci ambientali ed onirici del romanzo di Philip K. Dick da cui Ridley Scott trasse Blade runner (un classico intitolato Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) a spunti ripresi da Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne e, se vogliamo, anche dal mito della caverna raccontato da Platone nella Repubblica. A Matrix non mancano nemmeno riferimenti biblici  – il protagonista Neo è chiaramente ispirato alla figura del salvatore evangelico – né un evidente richiamo alla filosofia platonica – il programma Matrix infatti costringe l’umanità a vivere una sorta di versione computerizzata del mito della caverna –. Con tanti elementi combinati insieme sarebbe stato facile perdere il filo, i fratelli Wachowski vi hanno invece costruito un ottimo film, ravvivato da un uso sapiente delle scene d’azione – particolarmente spettacolari quelle di combattimento (in una sequenza Keanu Reeves ammicca addirittura a Bruce Lee) –, da sofisticatissimi effetti speciali e da tecniche di ripresa che hanno fatto scuola (come il cosiddetto bullet time). Matrix non a caso è stato giustamente premiato con quattro Oscar tecnici (montaggio, sonoro, effetti visivi, effetti sonori). Il film ebbe un notevole impatto culturale nel mondo e innescò una rete di riferimenti in altre pellicole (anche in cartoon di grande successo come Shrek): ebbe due seguiti, Matrix Reloaded e Matrix Revolutions (entrambi usciti nel 2003 a pochi mesi di distanza), e un ulteriore sequel, Matrix Resurrections, uscito nel 2021 e firmato dalla sola Lana Wachowski (anagraficamente Larry al tempo del primo episodio). Un must imperdibile per gli appassionati di science fiction.

Matrix - The Matrix, regia di Andy e Larry Wachowski, con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving; fantascienza; U.S.A.; 1999; C.; dur. 2h e 16’

martedì 24 gennaio 2023

WONDER: QUANDO LA MERAVIGLIA PERSISTE DAL LIBRO AL FILM

In principio era Wonder, un toccante libro di narrativa per ragazzi della scrittrice esordiente R.J. Palacio uscito nel 2012 e ben presto divenuto un sorprendente caso letterario in tutto il mondo. Ha deciso di farne un film il regista Stephen Chbosky, già autore del fortunato Noi siamo infinito (tratto dal suo stesso romanzo epistolare Ragazzo da parete), che ha avuto a disposizione un cast di livello che assortisce nomi di primo piano come Julia Roberts e Owen Wilson: il risultato non è il classico blockbuster hollywoodiano capace di scalare le classifiche ma una commedia drammatica di grande cuore dove tutto finisce per andare per il verso giusto e nulla risulta scontato, neanche l’happy ending, semplicemente perché la storia in sé è molto bella e capace di scavare davvero al fondo nel caleidoscopio dei sentimenti umani. Tutto prende avvio a New York, ai giorni nostri: un ragazzino di dieci anni che si chiama August Pullman, Auggie per gli amici, è atteso da una vera e propria montagna da scalare. A settembre entrerà per la prima volta in una scuola media dopo aver ricevuto un’istruzione domiciliare fino a quel momento. La ragione è la grave malformazione cranico-facciale con cui Auggie è nato e che fin dalla culla lo ha costretto a passare per un calvario di ventisette dolorosi interventi chirurgici che gli hanno consentito di crescere e assumere un aspetto vagamente “normale”. A dieci anni i genitori di Auggie lo hanno però ritenuto in grado di frequentare una scuola vera e propria: hanno optato per la Beecher Prep School e il preside Tushman prima dell’inizio dell’anno scolastico ha chiesto a tre studenti (Jack, Julian e Charlotte) di far visitare l’istituto al nuovo iscritto. In classe per Auggie le cose vanno subito alla grande perché il ragazzino è curioso e dotato di ottime qualità, ma la socializzazione non va altrettanto bene. Di fatto Jack è l’unico amico di Auggie, mentre Julian ben presto si rivela un bullo che ha trovato in lui il bersaglio ideale: la grande umanità e simpatia di Auggie però è destinata ad emergere sulla distanza contagiando in positivo le persone intorno a lui ed innescando un… meraviglioso cambiamento. La storia al centro di Wonder in effetti si conferma bellissima anche sul grande schermo e replica con efficacia anche la molteplicità di punti di vista che caratterizza la fonte letteraria: il mondo potenzialmente ostile a livello sociale dalla prospettiva di Auggie, che fin da bambino è abituato a causare reazioni contrastanti a causa del suo aspetto, la sorella di Auggie, Via, che è abituata a veder passare la sua vita in secondo piano rispetto alla costante attenzione che ammanta il suo adorato fratellino, la migliore amica di Via, Miranda, che ha una famiglia separata e spaccia la vita dell’amica per sua per sentirsi accettata dagli altri. L’happy ending arriva implacabile a chiudere una vicenda di quelle che non si dimenticano facilmente. Assolutamente da vedere.

Wonder, regia di Stephen Chbosky, con Jacob Tremblay, Julia Roberts, Owen Wilson, Izabela Vidovic, Noah Jupe, Bryce Gheisar, Danielle Rose Russell, Daveed Diggs; drammatico; U.S.A.; 2017; C.; dur. 1h e 53’

giovedì 22 settembre 2022

RATATOUILLE: IL TOPO CHE VOLLE FARSI CHEF

Con Ratatouille la Pixar di John Lasseter continua a non sbagliare un colpo, realizzando l’ennesimo gioiello d’animazione dell’ormai lunga serie, gioiello stavolta sceneggiato e diretto con la consueta fantasia da Brad Bird, già premio Oscar per Gli Incredibili. Il protagonista della storia, ambientata negli anni Sessanta, è Remy, un irresistibile topolino d’Oltralpe destinato a conquistare i cuori di adulti e bambini, anche in virtù di un desiderio che fa letteralmente a cozzi con la sua condizione di ratto di campagna: avverare il suo sogno impossibile di diventare il cuoco di grido di un rinomato ristorante parigino. Remy d’altra parte è stato segnato fin dalla nascita da uno straordinario olfatto che, associato ad un naturale talento culinario, l’ha indotto a rifuggire la vita a base di immondizia e rifiuti che si prospettava per lui. Così, quando la colonia di ratti cui appartiene Remy è costretta ad una rovinosa fuga, il nostro eroe perde la sua famiglia e finisce in modo avventuroso in un condotto fognario che lo condurrà a Parigi, a due passi dal celebre ristorante del nume tutelare di Remy, il cuoco Auguste Gusteau, il cui motto (“Chiunque può cucinare”) ha promosso la crescita gastronomica del nostro topo. Ma ben presto il buon Remy si rende conto che il suo aspetto è il più inadatto che si possa immaginare per la cucina di un ristorante a cinque stelle, trovandosi continuamente bersagliato da corpi contundenti vari: trova però un inaspettato alleato in Alfredo Linguini, timido e scarsamente dotato sguattero di cucina, peraltro in odor di licenziamento. È l’inizio di uno strano sodalizio che, associando l’indole creativa di Remy al buffo corpo del ragazzo, porterà i due a vivere un’incredibile avventura a base di amicizia e cucina di classe: e infine il successo arriderà a sorpresa al topo che volle farsi chef, che riuscirà addirittura a restituire al ristorante del fu Gusteau la stella perduta a causa della stroncatura del temibile critico gastronomico Anton Ego il quale, grazie ad un superbo piatto povero (la ratatouille, ovviamente) preparato del talentuoso piccolo chef, vivrà un’epifania proustiana in piena regola e sarà costretto a scrivere un articolo celebrativo sul nostro eroe. Ratatouille si presenta quindi come il solito cartoon di gran classe cui la Pixar ci ha abituato dai tempi di Toy Story: un vero trionfo di buoni sentimenti, perfezione tecnica, comicità intelligente e dirompente, servito a gran ritmo comme d’habitude. Degne di segnalazione le strepitose sequenze a prospettiva di topo che contrappuntano la storia, ricca di sogni e d'amore come l'ambientazione parigina suggerisce in modo naturale. Senza dubbio è un cartoon, ma al tempo stesso anche un film memorabile che assortisce una splendida storia di formazione su come realizzarsi nella vita nonostante le difficoltà di partenza, un bel rapporto d'amicizia sul superamento della diversità (peraltro tra un uomo e un topo) e ovviamente una fantastica escursione nella cucina francese. Ratatouille ha vinto nel 2008 il premio Oscar e il Golden Globe, entrambi nella categoria del miglior film d'animazione. Insomma, un gustoso film d'animazione che piacerà ai bambini ed intrigherà gli adulti, ai quali si consiglia la visione dopo una cena abbondante ed il più possibile raffinata…

Ratatouille, regia di Brad Bird e Jan Pinzava; animazione; U.S.A.; 2007; C.; dur. 1h e 47’

sabato 18 giugno 2022

READY PLAYER ONE, IL VIDEOGAME DISTOPICO IN FILM

Tutto cominciò nel 2010, quando Ernest Cline pubblicò Ready Player One, un romanzo distopico per ragazzi di quelli che lasciano davvero il segno e che ben presto divenne un grande successo internazionale: la Warner ne acquistò i diritti l’anno stesso ma la regia fu affidata a Steven Spielberg solo nel 2015 e il film uscì nelle sale di tutto il mondo tre anni dopo. Il motivo di una così lunga gestazione è dovuto alla necessità di ottenere i diritti per i molteplici riferimenti culturali e di costume degli anni Settanta, Ottanta e Novanta disseminati nella storia, la cui acquisizione è stata sicuramente facilitata dalla presenza di Spielberg, che ha cercato di limitare al minimo i riferimenti alla sua carriera per non essere accusato di autocelebrazione, fatto sta che questa situazione ha reso il film in certi punti molto diverso dalla fonte letteraria, anche se la presenza di Cline tra gli sceneggiatori sicuramente ha assicurato un adattamento sostanzialmente coerente rispetto al libro. Ma veniamo senza meno alla storia, che prende avvio nell’inquietante e sovrappopolato futuro del 2045, in un mondo in cui l’umanità cerca di sopravvivere nelle baraccopoli che punteggiano in pianeta e dove la maggior parte della popolazione vive in fatiscenti roulottes accatastate in strutture metalliche. È in una zona suburbana della più grande megalopoli del mondo (Columbus, Ohio), che il diciottenne Wade Watts sopravvive con la zia e il di lei compagno, che lo tollerano a malapena. Il giovane protagonista passa gran parte del suo tempo in un mondo virtuale chiamato OASIS, a cui praticamente tutta l’umanità è costantemente connessa per intrattenimento o per lavoro: a questa elaborata simulazione videoludica si accede con uno speciale visore ottico, una tuta sensoriale e un tappeto multidirezionale, una preziosa attrezzatura che Wade ha riciclato creandosi una “stanza” in un cimitero di furgoni ammassati in mezzo al nulla. Su OASIS ogni essere umano può diventare chiunque, guadagnando monete, gadgets, abilità (che si possono perdere come nei videogames). La simulazione virtuale di OASIS in cui l’umanità si è rinchiusa per evadere dal desolante presente è stata creata da James Halliday che, una volta defunto, nei panni del suo avatar Anorak l'Onnisciente ha dato notizia di un concorso concepito per lasciare in eredità la sua creazione di incalcolabile valore, poi ha svelato la prima indicazione per trovare la prima delle tre chiavi per arrivare all’easter egg che assicurerà al fortunato vincitore il controllo totale di OASIS. Peccato che siano passati cinque anni da allora senza che nessuno abbia messo le mani sulla prima chiave: ancora il tabellone segnapunti è desolatamente vuoto, anche perché la prima sfida, un’allucinante corsa automobilistica a Manhattan) è apparentemente impossibile da superare. E molti sono diventati cercatori fissi, anche se le categorie principali impegnate nella disfida sono due: i cosiddetti “gunters” (contrazione di egg’s hunters), umani alternativi che lavorano individualmente o in clan da una parte, mentre dall’altra ci sono i Sixers, i dipendenti della multinazionale IOI, che vogliono acquisire il controllo di OASIS per ottenere soldi a palate con la pubblicità. Wade su OASIS ha un avatar noto come Parzival, come il cavaliere che trovò il Sacro Graal: non ha grandi mezzi ma è intraprendente ed è un grande conoscitore della vita di James Halliday, oltre che un grande appassionato degli anni Ottanta. Presto la sua strada si incrocerà con quella di Art3mis, un’influencer di tendenza su OASIS, che farà gruppo con lui e con i suoi tre amici Each, Sho e Daito, che insieme cercheranno di fare la cosa giusta trovando l’egg e lasciando OASIS a disposizione del popolo. Ci riusciranno? Non è necessario aggiungere altre anticipazioni per gustare appieno la storia, che narra dell’eterno conflitto tra bene e male, di una lotta impari tra rampanti disposti a tutto e puri di cuore dal retrogusto nerd, il tutto in un’alternanza continua tra l’orribile scenario del mondo futuro e il sorprendente immaginario del mondo virtuale, che assortisce una sarabanda di riferimenti cinematografici intrecciati in sequenza in modo intrigante ed irresistibile, una vera goduria per i cinefili, un divertimento per adolescenti e dintorni, una malinconica miniera per i fanatici degli anni Ottanta. Ready Player One funziona da questo punto di vista esattamente come il libro di Ernest Cline (che d’altra parte è stato uno degli sceneggiatori del film stesso): sembra una caccia al tesoro in un gioco di ruolo immerso in una simulazione virtuale letteralmente affogata da richiami alla cultura pop. Per dare un’idea, nel dinamico assalto dei gunters alla fortezza del pianeta Doom presidiata dalla IOI, compaiono a stretto giro di posta Mechagodzilla, il gigante di ferro e Gundam, nella corsa iniziale Parzival partecipa con la sua Delorean di Ritorno al futuro, nella ricerca della seconda chiave Art3mis e Parzival finiscono in una sorta di gioco virtuale ispirato a Shining di Stanley Kubrick, e la lista potrebbe continuare per un bel po’… Insomma, il consiglio è di scoprire l’inquietante futuro distopico di Ready Player One seguendo i primi passi di Wade sulle note di Jump dei Van Halen, ovviamente uno dei classici per definizione degli anni Ottanta…

Ready Player One, regia di Steven Spielberg, con Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, T. J. Miller, Simon Pegg, Mark Rylance, Lena Waithe, Philip Zhao, Win Morisaki, Hannah John-Kamen; fantascienza/avventura; U.S.A.; 2018; C.; dur. 2h e 20’

mercoledì 8 giugno 2022

L’ULISSE DI MARIO CAMERINI, UN KOLOSSAL

La traslazione cinematografica che Mario Camerini realizzò dell’Odissea di Omero nel lontano 1954 è un vero e proprio kolossal che all’epoca si avvalse di un cast internazionale di grande richiamo con nomi del calibro di Kirk Douglas (uno degli attori americani di maggior successo di sempre), Anthony Quinn e Silvana Mangano. Si tratta di una rilettura semplificata del secondo poema omerico, con un plot che cerca di ricucire in modo essenziale le principali avventure vissute dal re di Itaca nel suo complesso e decennale girovagare per le coste del Mediterraneo nel tentativo di ritornare a casa dopo aver risolto la guerra di Troia con il celebre stratagemma del cavallo di legno in cui si erano nascosti alcuni dei più coraggiosi guerrieri greci. Il plot prende avvio con il naufragio del protagonista sulle coste dell’isola dei Feaci: Ulisse si risveglia senza memoria ed è accolto da Nausicaa, la bella figlia del re Alcinoo, che ben presto si innamora di lui. Intanto ad Itaca la sposa di Ulisse, Penelope, continua ad aspettare il ritorno del marito e cerca di prender tempo riguardo alle pretese dei Proci, che si sono insediati nella sua reggia, dove ormai spadroneggiano: in considerazione della prolungata assenza di Ulisse, i Proci (e soprattutto Antinoo, re di Cefalonia) chiedono a Penelope di scegliere tra loro uno sposo. In questi tristi frangenti, il giovane Telemaco, il figlio di Ulisse, è impotente di fronte ai prepotenti usurpatori che hanno occupato la sua casa. Nel frattempo nell’isola dei Feaci il protagonista scopre di essere molto versato nella lotta e presto riaffiorano alla sua mente i ricordi delle sue straordinarie avventure, compreso l’inizio delle sue sventure, quando, durante una tremenda tempesta, ordina ai suoi uomini di gettare a mare la statura di Nettuno offendendo la divinità. Quando torna il sereno Ulisse e il suo equipaggio approdano in un’isola sconosciuta e finiscono nella grotta del gigantesco Polifemo, un ciclope figlio di Nettuno che alleva pecore e imprigiona i suoi ospiti inaspettati, iniziando a divorarli brutalmente: Ulisse escogiterà un sagace piano per far ubriacare il ciclope e quindi accecare il suo unico occhio servendosi di un palo rovente acuminato per poi fuggire a bordo della nave evitando i massi scagliati alla cieca dal gigante. Successivamente la nave di Ulisse deve superare le temibili sirene che col loro canto melodioso fanno morire i naviganti impreparati: il re greco protegge il suo equipaggio ponendo cera nelle orecchie dei marinai e facendosi legare saldamente all’albero maestro per provare sulla propria pelle il canto misterioso. In seguito Ulisse approda sull’isola della maga Circe, una dea che lo seduce assumendo le sembianze della moglie Penelope e quindi trasforma in porci i suoi compagni: incantato da Circe, Ulisse ozia per mesi finché i suoi uomini riprendono il mare e muoiono tutti in una tempesta scagliata contro di loro da Nettuno. Dopo questa tragedia, Ulisse è deciso a ripartire ma la maga gli promette l’immortalità e, quindi l’eroe rifiuta, gli mostra le anime dei suoi defunti compagni d’arme Agamennone, Aiace e Achille, che lo dissuadono da andarsene, ma arriva inaspettata anche l’anima della madre Eraclea che esorta il figlio a riunirsi con Penelope e Telemaco. Partito alla volta di Itaca, Ulisse naufraga all’isola dei Feaci interrompendo la lunga sequenza di flashback e rivela la sua identità ad Alcinoo, chiedendogli una nave per fare ritorno a casa. Approdato ad Itaca, arriva alla reggia travestito da mendicante e riesce a parlare con la sposa, accertandosi della sua fedeltà e suggerendole di proporre ai pressanti Proci una proibitiva prova per conquistare la mano della regina: tendere il leggendario arco di Ulisse in occasione dei giochi di Apollo. Poco dopo l’eroe sotto mentite spoglie viene riconosciuto dal vecchio cane Argo e quindi dal figlio Telemaco con cui si accorda per passare all’azione l’indomani, quando otterrà di partecipare alla gara con l’arco e poi si vendicherà trucidando tutti i rivali. Sembra impossibile ma la storia regge fino alla fine e riesce a passare in rassegna tutte le epiche avventure narrate da Omero, che viene omaggiato anche nei titoli di coda dopo l’immancabile happy ending. Si tratta ovviamente di una pellicola degli anni Cinquanta e quindi gli effetti speciali sono artigianali e realizzati puntando più che altro sulle ombre e sul trucco, ma questo kolossal avventuroso si fa apprezzare anche ai giorni nostri e presenta un’accattivante versione popolare dell’Odissea omerica. All’uscita in Italia l’Ulisse di Mario Camerini ottenne il principale incasso della stagione cinematografica e figura all’ottavo posto complessivo tra i film con maggiori spettatori nel nostro paese. Tutte le scene in esterni furono girate nei luoghi del viaggio di Ulisse, tranne quelle dell’approdo all’isola dei Feaci e alla terra di Polifemo, che Camerini girò in provincia di Grosseto, rispettivamente a Porto Ercole e Talamone. Assolutamente da scoprire o rivedere.

Ulisse, regia di Mario Camerini, con Kirk Douglas, Silvana Mangano, Anthony Quinn, Rossana Podestà, Jacques Dumesnil, Daniel Ivernel, Franco Interlenghi, Umberto Silvestri; Italia; avventura/fantastico; 1954; C.; dur. 1h e 41’

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's...