lunedì 19 gennaio 2026

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's accusando la notissima catena di fast food quale principale responsabile della loro obesità: il giudice ha stabilito che le due giovani querelanti avrebbero dovuto dimostrare in qualche modo i (presunti) nefasti effetti sull'organismo umano di un'alimentazione integralmente di marca McDonald's. Un paio d’anni dopo al documentarista americano Morgan Spurlock è venuto in mente l’idea di provarci: dopo essersi messo nelle mani di un gruppo medico di supporto – un cardiologo, una gastroenterologa, un medico generico, una dietologa e un fisiologo dell’esercizio –, si è sottoposto ad un check-up approfondito prima di iniziare il suo tour de force nei fast food delle grandi M, come li chiamano gli americani. Appurato di godere di una salute di ferro ed avere un fisico da atleta, Spurlock dipana a nostro uso e consumo le quattro semplici regole a cui si atterrà durante il suo pazzesco esperimento: ad esplicita domanda, solo Super Size Menu; esclusivamente cibi McDonald’s, acqua inclusa; assaggiare tutto quello che c’è sul menu almeno una volta; tre pasti al giorno senza scuse: colazione, pranzo e cena. L’autolesionistico programma di mangiare per trenta giorni a stretto regime di Big Mac e patatine fritte condurrà il regista statunitense nei MacDonald’s delle principali città d’America, producendo danni ampiamente immaginabili al suo organismo, comunque oltre le attese del suo team medico di supporto, che alla fine dell’autopunitiva esperienza consiglierà maggiore moderazione per il futuro. Super Size Me è un documentario che non trae la propria forza dall’accuratezza dell’inchiesta di base, ma dall’incisività delle immagini, dal ritmo spesso dirompente del montaggio, talvolta supportato da una colonna sonora di marca rock: uno stile insomma che si ispira chiaramente al cinema sopra le righe di Michael Moore e che, esattamente come accade nei film del corpulento cineasta di Flint, è disposto a tutto (faziosità compresa) per raggiungere il proprio risultato, ma ha anche l’indiscusso merito di riuscire a divertire per lunghi tratti del percorso filmico. Non è scientifico il taglio del sondaggio telefonico con cento nutrizionisti, per esempio, dimostra poco il fatto che Spurlock tenti invano per decine di volte di parlare con i responsabili McDonals’s, risulta piuttosto scorretto il parallelo tra la classica famiglia americana che ignora l’inno nazionale ma ricorda il jingle di McDonald’s, come pure la trovata (comunque geniale) dei bambini dell’asilo che scambiano Gesù con il presidente repubblicano George Bush Jr. ma identificano subito il clown eletto a simbolo pubblicitario della McDonald’s: il tutto, abilmente cucinato in sala di montaggio, finisce per costituire un soggettivo atto d’accusa nei confronti non solo della catena di fast food più nota a livello internazionale, ma generalmente di tutta l’industria alimentare americana, rea di intrufolarsi nelle mense scolastiche e di puntare su fasce di utenza sempre più verdi. Ma nel libero mercato l’esigenza di regolamentazione non va imputata a chi governa? Ad ogni buon conto McDonald’s non ha avuto torto nella causa intentata dalle due ragazze obese. In compenso è stato eliminato il Super Size Menu, ma non per merito del successo internazionale del documentario di Spurlock, almeno stando al giudizio degli addetti alle relazioni col pubblico della nota catena americana. Per trenta giorni, tre volte al giorno, Morgan Spurlock si è sottoposto ad un regime alimentare integralmente di marca McDonald’s, acqua compresa. Per rendere più realistico il risultato il regista-cavia si è imposto di seguire sempre (quando proposti) i suggerimenti dei commessi – che per una regola di elementare logica commerciale, tendono spesso a consigliare i menu in promozione –. Alla fine Spurlock è ingrassato di quasi undici chili, è riuscito a compromettere il proprio fegato, pregiudicando completamente un quadro clinico che evidenziava un fisico da atleta. I primi ad essere sorpresi dagli eccessivi effetti fisiologici indotti da questa dieta da fast food integrale nel corso del film sono gli stessi componenti del team medico che Spurlock ha scelto per farsi monitorare durante il suo esperimento gastronomico: d’altra parte gli effetti in questione erano ampiamente prevedibili perché qualunque tipologia di regime alimentare estremo non può che agire negativamente sull’organismo umano. L’assunzione quotidiana di circa cinquemila calorie – per certi versi una cosciente operazione autopunitiva – oltre a far lievitare il peso corporeo del regista ‘cavia’ ha fatto innalzare pericolosamente il tasso di colesterolo nel suo sangue, compromettendo al contempo il suo fegato, innalzando la soglia di rischio di malattie cardiovascolari e producendo all’occorrenza crisi depressive. In ogni caso il regista americano per tornare al suo peso forma ha dovuto sottoporsi per circa due anni ad una dieta quasi esclusivamente vegetariana. Morgan Spurlock (1970-2024) filmaker del West Virginia, ha esordito nella regia con questo documentario da lui stesso scritto, diretto ed interpretato. Super Size Me ha avuto un grande successo di pubblico in tutto il mondo, ed in particolare in patria, dove è risultato il quarto documentario più visto di sempre dopo Fahrenheit 9/11 e Bowling a Columbine di Michael Moore, e Il popolo migratore di Jacques Perrin, Jacques Cluzaud e Michel Debats. Il suo polemico documentario è valso a Spurlock il premio per la miglior regia all’edizione 2004 del Sundance Film Festival e la nomination di categoria all’Oscar.

Super size me, regia di Morgan Spurlock, con Morgan Spurlock; documentario; U.S.A.; 2004; C.; dur. 1h e 38’

martedì 6 gennaio 2026

GIOIA MIA

L’esordio dietro la macchina da presa di Margherita Spampinato, sorprendentemente maturo per delicatezza e misura, s’intitola Gioia mia, un film di cui la stessa regista siciliana ha scritto la sceneggiatura. La storia è semplice quanto attuale: ne è protagonista un ragazzino cresciuto in una famiglia che lavora e che l’ha affidato a una babysitter. Si chiama Nico, è piuttosto viziato e sembra letteralmente dipendente dal cellulare con cui passa quasi interamente le sue giornate. Siccome è estate ma i genitori lavorano e la babysitter ha in programma di sposarsi e trasferirsi altrove, Nico viene mandato contro la sua volontà a trascorrere un mese in Sicilia in compagnia di una vecchia zia, Gela, di pochissime parole e contraria alla tecnologia, tanto che in casa sua non c’è nemmeno la connessione wifi. La donna s’impegna subito per staccare il nipote dal telefonino, cerca di insegnargli le buone maniere e prova a togliergli vezzi che giudica discutibili, come le unghie colorate. Non è un rapporto facile perché Gela è una cattolica molto devota (casa sua trabocca letteralmente di icone religiose) e cucina solo piatti tradizionali come le sarde a beccafico che ancora il nipote non è in grado di apprezzare.  Nico ha l’impressione d’esser finito in un vero inferno, infatti il suo primo commento telefonico con la mamma esprime una chiara insoddisfazione: “Come deve andare? M’hai spedito nel Medioevo”. Mentre passano i giorni, però, qualcosa cambia: nel palazzo di Gela ci sono altri ragazzini affidati alle rispettive nonne per le vacanze estive, e c’è anche un inquietante mistero che riguarda la presenza di spiriti di cui parlano un po’ tutti. Dopo le prime difficoltà relazionali, pian piano Nico si svincola un po’ dalla dipendenza da cellulare, comincia a giocare a carte con la zia, l’accompagna a passeggio, apprezza la compagnia del vecchio cagnolino di Gela, e soprattutto diventa amico di Rosa, la ragazzina più in gamba del caseggiato, che lo induce a mettersi alla prova con effrazioni in appartamenti (teoricamente) disabitati ma forse infestati dagli spiriti. Nel frattempo cresce l’autonomia del ragazzino, che scoprirà l’importanza dei rapporti umani ma anche l’utilità della noia, l’importanza dei silenzi, del tempo vuoto e perfino del riposino pomeridiano, esperienza quasi iniziatica per un bambino cresciuto scrollando uno schermo digitale all’infinito. La grande sorpresa però sarà imparare a conoscere una vecchia zia che si rivelerà molto più interessante rispetto alla prima impressione. Il film racconta con toni delicati e struggenti lo strano incontro tra due generazioni molto distanti e tra due mondi apparentemente agli antipodi: la magia che ne scaturisce è sottile e difficile da decifrare, ma è proprio questa opacità a conferire autenticità a questa storia. Gioia mia è il canto elegiaco del tempo che trascorre e di quei timidi, trasognati passi che segnano il transito dall’infanzia all’adolescenza: i divieti, i segreti del passato, le attività proibite, il fascino del primo bacio, l’ostilità verso chi viene da fuori. L’opera prima di Margherita Spampinato è una storia piccola solo in apparenza, capace di lasciare nello spettatore una nostalgia lieve e persistente, come certe estati che non tornano più. Nella convincente prova complessiva del cast spicca l’eccezionale performance di Aurora Quattrocchi, che al Festival di Locarno 2025 ha ricevuto il Pardo per la migliore interpretazione. Assolutamente da vedere.

Gioia mia, regia di Margherita Spampinato, con Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Martina Ziami, Camille Dugay; drammatico; Italia; 2025; C.; dur. 1h e 30’ 

mercoledì 15 gennaio 2025

THE FAMILY MAN

Ricordate il Canto di Natale di Charles Dickens? Se spostiamo l'azione a New York, ai giorni nostri e premendo l'acceleratore in direzione sentimentale, il risultato sarà più o meno The family man di Brett Ratner, il regista di Rush Hour - Due mine vaganti, al suo primo tentativo di sophisticated comedy di marca natalizia. La storia è semplice e già vista, ma ben interpretata, ravvivata da buone battute e, last but not least, con quel pizzico di magia che non guasta mai. Protagonista di The family man è Jack Campbell, dinamico presidente di una multinazionale che, proprio alla vigilia di Natale, sta programmando la fusione societaria da svariati milioni di dollari: tutti i suoi pensieri sono ovviamente concentrati sull'affare dell'anno ma, nonostante abbia avuto dalla vita ogni cosa il denaro possa comprare, Jack pare sentire la solitudine, anche perché, proprio quel giorno, ha ricevuto la telefonata di Kate, una ragazza che avrebbe sicuramente sposato tredici anni prima, se non fosse partito per Londra ad iniziare una carriera di successo. A New York capita talvolta d'incontrare un angelo di colore (che pare un mezzo criminale, in effetti) che ti consente di dare una sbirciatina ad una possibile vita alternativa: e così Jack Campbell si addormenta (disperatamente solo) nel suo lussuoso attico di Manhattan per svegliarsi il mattino dopo in una villetta nel New Jersey (con 120 rate di mutuo ancora da pagare), con accanto la bella Kate come sarebbe oggi se quel giorno, tredici anni prima, il protagonista non fosse partito per Londra e l'avesse sposata secondo copione. Jack non ha più la sua rombante Ferrari ma una normale monovolume, non lavora più a Wall Street ma vende gomme al dettaglio da Big Ed, non indossa completi griffati ma abiti sotto la media, non mangia in ristoranti francesi ma gioca a bowling, non è più solo ma, oltre alla moglie, ha un cane e due bambini - tra cui la figlia che, accorgendosi del suo stato confusionale, pensa che il padre sia stato sostituito da un alieno -. Dopo l'inevitabile shock iniziale, Jack inizia a scoprire gioie e dolori della vita matrimoniale e, tra un cambio di pannolini e l'altro, arriverà anche il momento del ritorno alla realtà, perché le sbirciatine (si sa) sono una cosa transitoria, anche se in questo caso preludono all'immancabile happy ending romantico. Già, perché The family man è una commedia piacevole che, pur volando basso sul versante dei messaggi, conserva una certa freschezza fino ai titoli di coda e presenta un simpatico ritratto di famiglia americana media con qualche spunto alla Frank Capra. Quel pizzico di magia aggiuntiva cui alludevamo in apertura è assai consono alla tipologia della commedia, un classico what if... sospeso a metà tra Sliding doors e Ricomincio da capo. Nel cast spicca la prova a doppio registro di Nicolas Cage, spietato affarista di Wall Street 'convertito' a tranquillo padre di famiglia, più o meno come l'avarissimo Scrooge protagonista del dickensiano Canto di Natale dopo aver ricevuto la visita di tre ectoplasmi, in particolare quella molto inquietante da parte dello spirito del Natale futuro...

The Family Man, regia di Brett Ratner, con Nicolas Cage, Téa Leoni, Don Cheadle, Jeremy Piven, Makenzie Vega; commedia; Usa; 2000; C.; dur. 1h e 55'


giovedì 13 giugno 2024

APOLLO 13: HOUSTON, ABBIAMO UN PROBLEMA...

Ispirato dal libro Lost Moon di Jim Lovell e Jeffrey Kluger, il film di Ron Howard descrive dettagliatamente la missione spaziale della NASA denominata Apollo 13, decollata l’11 aprile del 1970 e rimasta celebre perché un grave incidente mise a serio rischio le vite dei tre astronauti americani Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise. Si tratta della missione in cui fu pronunciata la storica battuta “Houston, abbiamo un problema”, in seguito alla quale fu attuato il più incredibile salvataggio a distanza della storia umana. Tutto prende avvio circa un anno prima, il 20 luglio 1969, quando viene celebrato in diretta televisiva il leggendario sbarco sulla Luna di Neil Armstrong nell’ambito della missione Apollo 11, il cui equipaggio di riserva era costituito da Jim Lovell, Bill Anders e Fred Haise. Non passano che pochi giorni e questi ultimi vengono scelti per sostituire l’equipaggio dell’Apollo 13 agli ordini di Alan Shepard, estromesso per un problema uditivo. A tre giorni dal lancio dell’Apollo 13 si verifica un incidente per l’esplosione dei serbatoi di ossigeno: la navicella è danneggiata in modo irreversibile e la missione, che prevedeva l’allunaggio, annullata. Da quel momento diventa prioritario cercare di far sopravvivere i tre astronauti e riportarli a terra. Dopo l’iniziale scoraggiamento generale, il direttore di volo Gene Krantz organizza al meglio tutte le forze della NASA per quella che è diventata la più straordinaria operazione di salvataggio di tutti i tempi: per ottenere lo scopo viene richiamato in servizio anche Ken Mattingly, componente dell’equipaggio originale estromesso dalla missione per il sospetto di un contagio da morbillo. Proprio lui offre un contributo fondamentale per creare una procedura in grado di riportare a terra la navicella nonostante i sistemi di bordo siano mal funzionanti o parzialmente indisponibili. Nei tre giorni seguenti il mondo intero seguirà la vicenda alla TV col fiato sospeso sperando in un lieto fine che sembra quanto mai difficile. Apollo 13 ricostruisce con grande efficacia documentaristica la missione spaziale più ricca di suspense della corsa allo spazio, decollata quando già l’interesse dei mass media era in forte calo dopo aver toccato l’apice con l’allunaggio del 1969. Paradossalmente i tre protagonisti non riuscirono mai a raggiungere la Luna in seguito, mentre Ken Mattilngly, l’unico rimasto fuori dal progetto, ci riuscì con la missione Apollo 16: Jim Lovell continuò a lavorare nella sala controllo della NASA fino al pensionamento, Fred Haise si ritirò dalla NASA dopo l’annullamento della missione Apollo 18, mentre Jack Swigert si licenziò dall’agenzia spaziale americana per intraprendere la carriera politica, fu eletto al Congresso per lo stato del Colorado ma morì prima di assumere la carica. Nel complesso Ron Howard ha diretto con maestria didascalica il gruppo di star hollywoodiane assemblato per il cast, in cui spiccano secondo copione il protagonista Tom Hanks e il solito Ed Harris alle prese con l’ennesima caratterizzazione di spessore della sua carriera. Apollo 13 tratteggia un quadro molto realistico della società americana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, già completamente focalizzata sull’informazione televisiva ma pronta a dimenticare un evento un attimo dopo che non è più sulla cresta dell’onda: è appunto quel che era successo alle missioni della NASA dopo aver vinto la corsa allo spazio con l’URSS in seguito all’allunaggio del 1969, che aveva fatto calare drasticamente l’interesse per le missioni successive, interesse che si riaccese in modo istantaneo in seguito alle drammatiche vicissitudini dell’Apollo 13. Pellicola notevole anche sul versante tecnico: nel 1996 al film di Ron Howard sono stati infatti assegnati due Oscar tecnici per il miglior montaggio e per il miglior sonoro. Da vedere.

Apollo 13, regia di Ron Howard, con Tom Hanks, Kevin Bacon, Bill Paxton, Gary Sinise, Ed Harris, Kathleen Quinlan; drammatico; U.S.A.; 1995; C.; dur. 134’

martedì 14 maggio 2024

WARGAMES - GIOCHI DI GUERRA

Primi anni Ottanta, al tramonto della Guerra Fredda, quando ancora sussisteva il pericolo concreto di una terza guerra mondiale a causa delle batterie di missili termonucleari degli U.S.A. e dell’Unione Sovietica. Ma al tempo stesso l’alba dell’era informatica, che dura ancora adesso. Il protagonista di Wargames è David Lightman, un normalissimo adolescente americano che ha un pessimo rendimento scolastico ma che è un vero e proprio genio dei computer: cercando notizie in anteprima su dei videogames di nuova generazione della Protovision, il ragazzo per caso riesce ad entrare in contatto con il WOPR (War Operation Plan Response), il supercalcolatore del sistema di difesa degli States, che passa tutto il tempo ad elaborare piani di attacco e di difesa in vista di un eventuale conflitto con i Sovietici. Dopo aver letto la lista dei giochi di strategia del WOPR, che crede di comunicare con il suo programmatore originale, il defunto Dott. Falken, David seleziona la guerra termonucleare globale e si schiera con i Russi. L’inizio di partita viene avvertito dai tecnici militari degli Stati Uniti come un attacco reale da parte dei Sovietici: gli Americani portano così lo stato di difesa (Defcon) sul livello 3 avvicinandosi sempre più verso la guerra, perché il calcolatore non fa differenza tra realtà virtuale ed effettiva. Va da sé che le mosse dello stato maggiore americano saranno interpretate come provocazioni in piena regola nei confronti dell’U.R.S.S. Catturato, David racconta la verità sull’accaduto ma nessuno gli presta fiducia, così che non gli resta che scappare e raggiungere il programmatore del WOPR, ovvero Stephen Falken, che non è morto ma ha cambiato identità e tipologia di ricerca dedicandosi alla paleontologia: il giovane protagonista cercherà di convincerlo a fermare il perverso sistema innescato inconsapevolmente da David. Persuaso dal ragazzo, lo scienziato fa ritorno con lui e con una compagna di classe (e d’avventura) nella stanza dei bottoni appena in tempo perché il sistema blindato che protegge il WOPR si attivi rendendo impossibile il contatto con l’esterno: siamo infatti alle soglie della terza guerra mondiale, a Defcon 1, e tra poco dai silos americani e sovietici i missili termonucleari saranno lanciati per davvero. Il WOPR, che impareremo a chiamare Joshua (come il defunto figlio del suo creatore, il Dott. Falken), sta infatti cercando di trovare i codici di lancio numerici per lanciare i missili, inviandoli a caso finché non avrà individuato quelli corretti. A pochi secondi dalla fine David indurrà il supercalcolatore a giocare a Tris contro se stesso, facendogli comprendere il concetto di stallo, che lui applicherà ad ogni tipo di conflitto simulato, arrivando così incontrovertibilmente alla conclusione che non c’è mai nessun vincitore. In un crescendo altamente spettacolare apprenderemo con lui dell’esistenza di situazioni in cui “l'unica mossa vincente è non giocare“, ovvero la pace. All’uscita il Wargames ottenne a sorpresa un grande successo internazionale e fece molto discutere per la potenziale pericolosità delle applicazioni della nascente scienza dell’informatica in ambito bellico. David è infatti uno dei primi hacker di celluloide ma, a differenza dei suoi successori, innesca per caso ed involontariamente un’escalation di eventi che potrebbe causare la terza guerra mondiale. Wargames è uno dei film d’azione sull’adolescenza e dintorni più intriganti degli ultimi quarant’anni e racconta come poche altre pellicole la storia di un ragazzo stritolato in un ingranaggio troppo più grande di lui, ma che in se stesso riesce comunque a trovare le risorse per fare la cosa giusta e rimettere tutto a posto. Gran parte dell’attrattiva della trama è data dal gran ritmo con cui gli eventi, rigidamente connessi l’uno con l’altro, si susseguono in una serrata corsa contro il tempo. Il protagonista, Matthew Broderick, divenne subito famoso ed avviò con questo ruolo una fortunata carriera cinematografica, inizialmente limitata soltanto a ruoli da teenager. Questa fortunata pellicola descrive in modo particolarmente incisivo il periodo finale della cosiddetta Guerra Fredda, che dagli anni Cinquanta opponeva due superpotenze come gli U.S.A. e l’U.R.S.S., nazioni antagoniste ed agli antipodi anche dal punto di vista ideologico (modello consumistico opposto al socialismo reale). Il film di John Badham, già autore di un successo generazionale come La febbre del sabato sera, prende spunto dalla diffusa mania degli adolescenti dell’epoca per i computer in generale e per i giochi elettronici in particolare, di cui il protagonista è un appassionato utente: lo vediamo la prima volta proprio mentre sta giocando a Galaga, un videogame molto popolare all’inizio degli anni Ottanta, e lo vedremo entrare fatalmente in contatto con il WOPR cercando di trovare informazioni su alcuni videogames di nuova generazione. Il film di John Badham è anche la prima pellicola che affronta in modo articolato il tema dell’informatica, che proprio all’inizio degli anni Ottanta cominciò ad entrare nelle case americane, ispirando un gran numero di adolescenti a compiere atti illeciti come entrare negli archivi privati di scuole, aziende o enti governativi. Per certi versi Wargames costituisce anche la pellicola che anticipa l’esplosione di Internet nel decennio successivo: la diffusione di una rete informatica a livello globale si rivelò uno dei fattori costitutivi della globalizzazione. Alcune celebri sequenze del film hanno preso spunto dalla realtà come la tecnica di telefonare a un’intera zona per identificare un recapito (ribattezzata dagli hackers del periodo “wordializing” in onore del film) o quella di usare la linguetta di una lattina per mandare in cortocircuito un telefono pubblico e fare una chiamata gratuitamente. È invece fantasia la ricerca dei codici di lancio dei missili nucleari che Joshua trova un numero alla volta (in realtà i computer dell’epoca avrebbero impiegato giorni per individuare la sequenza giusta). Il film fu visto anche dal presidente americano di allora, Ronald Reagan, che volle intensificare le procedure di sicurezza dell’arsenale strategico degli U.S.A. Curiosamente la sceneggiatura del film iniziò a girare alla fine degli anni Settanta e in un primo momento avrebbe dovuto essere l’ex beatle John Lennon ad interpretare il ruolo del Prof. Falken.

Wargames - Giochi di guerra (Wargames), regia di John Badham, con Matthew Broderick, Dabney Coleman, John Wood, Ally Sheedy, Barry Corbin; avventura/azione; U.S.A.; 1983; C.; dur. 1h e 54’

domenica 12 maggio 2024

I BAMBINI DI GAZA – SULLE ONDE DELLA LIBERTÀ

Striscia di Gaza, 2003: il film d’esordio del regista italoamericano Loris Lai prende avvio nel pieno della seconda intifada in un territorio in cui il 43% della popolazione ha meno di quattordici anni e nessuno è al sicuro nella propria casa, dato che si tratta di una zona talmente sovrappopolata che i bombardamenti finiscono sempre per far vittime tra i civili. Il protagonista della storia ha undici anni e si chiama Mahmud: vive con la madre Farah, che aiuta a vendere mazzi di timo, non ha più il padre, uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. Mahmud va a scuola senza troppo entusiasmo, gioca a calcio in un campo scalcinato con gli amici e con loro mima il conflitto tra Israeliani e Palestinesi, ma la sua vera passione è il surf: appena gli è possibile, corre sulla spiaggia e cerca di cavalcare le onde, dimenticando le miserie della vita di tutti i giorni. Un giorno il ragazzino scopre che un coetaneo sembra amare il surf come lui, ma sembra che l’altro non sia intenzionato a stringere amicizia con Mahmud perché ogni volta se ne va di gran fretta per evitare il minimo contatto. Incuriosito, Mahmud lo segue fino a casa, oltre i blocchi degli Israeliani, e scopre che si tratta dell’unico figlio di una coppia ebrea che vive nei pressi della striscia di Gaza. Infine Mahmud apprende che il ragazzino si chiama Alon: la diffidenza naturale che separa i due si scioglie quando il cosiddetto “fantasma di Gaza”, un trentenne campione di surf che si chiama Dan, accetta di impartire ad entrambi delle lezioni per migliorare la loro tecnica. Anche Dan ha una storia tormentata alle spalle: è approdato a Gaza in seguito alla morte della sorella, che era venuta in questa terra sfortunata per aiutare i feriti come medico, ed è praticamente diventato dipendente dagli antidolorifici in seguito a un brutto infortunio. Paradossalmente, il mare davanti alla costa di una striscia di terra tra le più tormentate del pianeta, diventerà un luogo di libertà e di equilibrio per i tre: in un certo senso ci riescono anche per la filosofia insita nello sport del surf, che consiste nel trovare un punto di incontro tra qualcosa di solido e un liquido al fine di volare, e ovviamente mentre stai volando non puoi che provare una impagabile sensazione di libertà anche se ti trovi in una prigione a cielo aperto come la striscia di Gaza… Bellissima storia, con un finale struggente e molti momenti che sono altrettanti pugni nello stomaco per lo spettatore. La storia di formazione al centro del film, ispirata al romanzo breve Sulle onde della libertà di Nicoletta Bortolotti, racconta un’amicizia adolescenziale sulla carta impossibile per le divisioni etniche che separano i due protagonisti, Mahmud e Alon, ma resa possibile dal comune amore per il surf. Al tempo stesso la storia cattura un incontro generazionale – favorito sempre dallo sport del surf – tra i due ragazzi e l’ex campione finito nel baratro della dipendenza per le conseguenze di un infortunio e di un dolore personale. I bambini di Gaza cattura poi con tutte le idiosincrasie che emergono sullo sfondo di uno dei luoghi più pericolosi del pianeta: l’odio etnico che si mischia perfino con il gioco, la vita quotidiana che comunque continua in una delle città più invivibili a livello globale, la passione sportiva come mezzo per ritrovare la libertà, l’amicizia tra pari che sboccia nonostante tutto. La regia accompagna la narrazione alternandosi tra i vari personaggi e gli squarci di filosofia del surf che scandiscono la storia: il racconto visivo diventa più decisamente più nervoso nelle scene di maggior impatto drammatico. La prova del cast, equamente distribuito tra attori palestinesi e israeliani, nel complesso convince, soprattutto il giovanissimo protagonista Marwan Hamdan, davvero intenso - peraltro sembra che sul set i due bambini protagonisti fossero diventati amici inseparabili, a differenza delle rispettive madri –. Un film bellissimo ed insostenibile, con un finale struggente di quelli che non si dimenticano.

I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà (How kids roll), regia di Loris Lai, con Marwan Hamdan, Mikhael Fridel, Tom Rhys Harries, Lyna Khoudri, Qassim Gdeh; drammatico; U.S.A.; 2024; C.; dur. 90’

giovedì 11 aprile 2024

The Core

Prende avvio in sordina The Core, proponendoci un inspiegabile fatto di cronaca andato in scena a Chicago ai giorni nostri, con l’improvviso decesso di una serie di persone, morte nello stesso identico momento e tutte corredate di peace-maker. Per chiarire il mistero gli uomini in nero dell’Fbi chiamano il Dr. Josh Keyes, un giovane talento del prestigioso MIT, che comincia a mettere insieme i pezzi dell’intricato mosaico e scopre una realtà sconcertante: il nucleo terrestre ha interrotto il proprio movimento rotatorio per motivi sconosciuti, cominciando a causare una serie di sconvolgimenti climatici di gravità esponenziale che, nel breve volgere di qualche mese, porterà all’estinzione della razza umana. L’apocalisse viene subito confermata a Londra da uno stormo impazzito di uccelli per Trafalgar Square e un crescendo globale di tempeste elettrostatiche che raggiungono il loro spettacolare culmine in quel di Roma con grande profluvio di effetti speciali. Insomma, un quadretto da (classica) fine del mondo, in estrema sintesi, all’apparenza irreversibile, dato che l’unico modo per rimettere in moto il nucleo terrestre sarebbe bombardarlo con testate nucleari sperando di riattivarne la rotazione: un problema insolubile soprattutto considerando che la scienza non è ancora in grado di realizzare una navetta capace di raggiungere il cuore del pianeta perforando migliaia di chilometri di roccia e mantelli metallici vari. Ma quando si hanno a disposizione le infinite risorse del governo a stelle e strisce, tutto diventa possibile: anche reperire quindici miliardi di dollari per sviluppare nel tempo record di soli tre mesi un prototipo sperimentale di serpentone-trivellatore laser concepito da un eccentrico ricercatore di colore. Costruito il mezzo, viene allestita una squadra di ‘terranauti’ guidata da due piloti di Shuttle, dal prode Dr. Keyes, dai suoi colleghi Serge Levecque e Conrad Zimsky, nonché dal progettista dell’ultratecnologico ‘talpone’. The Core prosegue con l’attuazione dell’ardita impresa, che passerà attraverso un macroscopico errore di valutazione ed una serie di ostacoli e sfortune che richiederanno un ingente tributo di sangue da parte dell’equipaggio. Infine, grazie ad una correzione di tiro, ad un’idea estemporanea per risolvere il blocco planetario e ad una buona dose di testardaggine degli eroi superstiti, la rotazione del nucleo sarà riattivata e la Terra salvata. Il tutto per scoprire che il problema era meno casuale di quanto si potesse immaginare e forse involontariamente causato proprio dalla nazione che si è poi impegnata per risolverlo. Nel complesso un discreto film d’azione fantascientifica, dotato di qualche sequenza altamente spettacolare e di un buon ritmo, nonostante la storia sia scontata non solo per l’happy ending ma in tutta l’evoluzione del plot. Buona anche la prova complessiva del cast (in cui brilla il convincente protagonista Aaron Eckhart), per quanto tutti i personaggi risultino abbastanza ‘grezzi’ sul fronte narrativo. Una tranquilla variazione sul tema di filmoni catastrofici americani sullo stile di Armageddon e Deep Impact, magari con un filo di retorica in meno, il che certamente non guasta, ma siamo ben lontani dalle suggestioni del leggendario Viaggio al centro della Terra di Jules Verne...

The Core, regia di Jon Amiel, con Aaron Eckhart, Hilary Swank, Delroy Lindo, Stanley Tucci, Tcheky Karyo, Nicole Leroux; fantascienza; Usa/Gran Bret.; 2003; C.; dur. 2h e 15'

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's...