Ci
sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre
più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's accusando la notissima
catena di fast food quale principale responsabile della loro obesità: il
giudice ha stabilito che le due giovani querelanti avrebbero dovuto dimostrare
in qualche modo i (presunti) nefasti effetti sull'organismo umano di
un'alimentazione integralmente di marca McDonald's. Un paio d’anni dopo al documentarista
americano Morgan Spurlock è venuto in mente l’idea di provarci: dopo essersi
messo nelle mani di un gruppo medico di supporto – un cardiologo, una
gastroenterologa, un medico generico, una dietologa e un fisiologo
dell’esercizio –, si è sottoposto ad un check-up approfondito prima di
iniziare il suo tour de force nei fast food delle grandi M, come
li chiamano gli americani. Appurato di godere di una salute di ferro ed avere
un fisico da atleta, Spurlock dipana a nostro uso e consumo le quattro semplici
regole a cui si atterrà durante il suo pazzesco esperimento: ad esplicita domanda,
solo Super Size Menu; esclusivamente cibi McDonald’s, acqua inclusa; assaggiare
tutto quello che c’è sul menu almeno una volta; tre pasti al giorno senza
scuse: colazione, pranzo e cena. L’autolesionistico programma di mangiare per
trenta giorni a stretto regime di Big Mac e patatine fritte condurrà il regista
statunitense nei MacDonald’s delle principali città d’America, producendo danni
ampiamente immaginabili al suo organismo, comunque oltre le attese del suo team
medico di supporto, che alla fine dell’autopunitiva esperienza consiglierà
maggiore moderazione per il futuro. Super Size Me è un documentario che
non trae la propria forza dall’accuratezza dell’inchiesta di base, ma
dall’incisività delle immagini, dal ritmo spesso dirompente del montaggio, talvolta
supportato da una colonna sonora di marca rock: uno stile insomma che si
ispira chiaramente al cinema sopra le righe di Michael Moore e che, esattamente
come accade nei film del corpulento cineasta di Flint, è disposto a tutto
(faziosità compresa) per raggiungere il proprio risultato, ma ha anche
l’indiscusso merito di riuscire a divertire per lunghi tratti del percorso
filmico. Non è scientifico il taglio del sondaggio telefonico con cento
nutrizionisti, per esempio, dimostra poco il fatto che Spurlock tenti invano
per decine di volte di parlare con i responsabili McDonals’s, risulta piuttosto
scorretto il parallelo tra la classica famiglia americana che ignora l’inno
nazionale ma ricorda il jingle di McDonald’s, come pure la trovata
(comunque geniale) dei bambini dell’asilo che scambiano Gesù con il presidente
repubblicano George Bush Jr. ma identificano subito il clown eletto a simbolo
pubblicitario della McDonald’s: il tutto, abilmente cucinato in sala di
montaggio, finisce per costituire un soggettivo atto d’accusa nei confronti non
solo della catena di fast food più nota a livello internazionale, ma
generalmente di tutta l’industria alimentare americana, rea di intrufolarsi
nelle mense scolastiche e di puntare su fasce di utenza sempre più verdi. Ma
nel libero mercato l’esigenza di regolamentazione non va imputata a chi
governa? Ad ogni buon conto McDonald’s non ha avuto torto nella causa intentata
dalle due ragazze obese. In compenso è stato eliminato il Super Size Menu, ma
non per merito del successo internazionale del documentario di Spurlock, almeno
stando al giudizio degli addetti alle relazioni col pubblico della nota catena
americana. Per
trenta giorni, tre volte al giorno, Morgan Spurlock si è sottoposto ad un
regime alimentare integralmente di marca McDonald’s, acqua compresa. Per
rendere più realistico il risultato il regista-cavia si è imposto di seguire
sempre (quando proposti) i suggerimenti dei commessi – che per una regola di
elementare logica commerciale, tendono spesso a consigliare i menu in
promozione –. Alla fine Spurlock è ingrassato di quasi undici chili, è riuscito
a compromettere il proprio fegato, pregiudicando completamente un quadro
clinico che evidenziava un fisico da atleta. I
primi ad essere sorpresi dagli eccessivi effetti fisiologici indotti da questa
dieta da fast food integrale nel corso del film sono gli stessi componenti del team
medico che Spurlock ha scelto per farsi monitorare durante il suo esperimento
gastronomico: d’altra parte gli effetti in questione erano ampiamente
prevedibili perché qualunque tipologia di regime alimentare estremo non può che
agire negativamente sull’organismo umano. L’assunzione quotidiana di circa
cinquemila calorie – per certi versi una cosciente operazione autopunitiva –
oltre a far lievitare il peso corporeo del regista ‘cavia’ ha fatto innalzare
pericolosamente il tasso di colesterolo nel suo sangue, compromettendo al
contempo il suo fegato, innalzando la soglia di rischio di malattie
cardiovascolari e producendo all’occorrenza crisi depressive. In ogni caso il
regista americano per tornare al suo peso forma ha dovuto sottoporsi per circa
due anni ad una dieta quasi esclusivamente vegetariana. Morgan
Spurlock (1970-2024) filmaker del West Virginia, ha esordito nella regia
con questo documentario da lui stesso scritto, diretto ed interpretato. Super
Size Me ha avuto un grande successo di pubblico in tutto il mondo, ed in
particolare in patria, dove è risultato il quarto documentario più visto di
sempre dopo Fahrenheit 9/11 e Bowling a Columbine di Michael
Moore, e Il popolo migratore di Jacques Perrin, Jacques Cluzaud e Michel
Debats. Il suo polemico documentario è valso a Spurlock il premio per la
miglior regia all’edizione 2004 del Sundance Film Festival e la nomination
di categoria all’Oscar.
Super size me, regia di Morgan Spurlock, con Morgan
Spurlock; documentario; U.S.A.; 2004; C.; dur. 1h e
