lunedì 7 giugno 2021

LA RICERCA DELLA FELICITÀ

Pare che Gabriele Muccino, il più talentuoso dei giovani registi di casa nostra, si sia guadagnato la regia de La ricerca della felicità convincendo il produttore (e protagonista) Will Smith che solo un regista straniero sarebbe stato capace di raccontare il sogno americano da un punto di vista veramente obiettivo e con il taglio giusto. In effetti la prima osservazione che spontanea s’affaccia alla mente arrivati ai titoli di coda del primo film americano di Muccino è di aver visto una bella quanto sofferta storia di vita, un classico sogno a stelle e strisce in una confezione impeccabile e struggente, e inevitabilmente di marca europea. Ma veniamo senza esitazione alla trama, incentrata sulla vera storia di Chris Gardner, padre di famiglia che si affanna moltissimo per sbarcare il lunario, anche perché, nei controversi anni Ottanta, ha investito tutto su un macchinario medico praticamente impossibile da vendere ed ora è costretto a barcamenarsi da un ospedale di San Francisco all’altro sperando di piazzarne almeno due al mese: è quello che gli serve per sopravvivere, pagare l’affitto e tirare avanti con la sua famiglia. Le cose però si complicano quando la bella (e infelice) moglie lo abbandona per cercare fortuna a New York, e il povero Chris si ritrova ragazzo-padre del figlioletto di cinque anni: la sua unica speranza è di ottenere un posto da praticante in una prestigiosa società di consulenza finanziaria. Il posto di broker in effetti se lo aggiudica, purtroppo senza retribuzione, dato che dovrà partecipare a uno stage alla fine del quale soltanto uno di tutto il corso sarà assunto. Ma il protagonista decide di rischiare comunque il tutto per tutto, così in breve si ritrova sfrattato dal suo appartamento, costretto a cercare un riparo per la notte per sé e per il proprio bambino, tra ricoveri, stazioni degli autobus e bagni pubblici. Incredibile a dirsi, nonostante Chris debba fronteggiare un’avversità dietro l’altra, riesce comunque ad essere un buon genitore, sempre presente per parlare col figlio, impegnato con profonda ostinazione ad avverare il sogno di una vita migliore per la propria famiglia, a ricercare la felicità, in ossequio al titolo del film. E, dato che siamo in America, Chris ovviamente riuscirà a concretizzare il suo sogno americano. Una gran bella storia, ottimamente diretta da Gabriele Mucino e ben interpretata da un Will Smith praticamente irriconoscibile sotto il versante recitativo, del tutto privo della sua impenitente maschera da vincente sbruffone. Molto bravo anche il piccolo Jaden Smith, figlio di Smith sul grande schermo ed anche nella vita, al suo esordio assoluto sul grande schermo; ed è a lui che il doppio padre Will Smith regala l’insegnamento più incisivo: “Quelli che non sanno fare qualcosa, dicono a te che non la sai fare. Se vuoi qualcosa, vai e inseguila. Punto”. Da segnalare anche la colonna sonora, curata da Andrea Guerra, unico collaboratore italiano fortemente voluto da Muccino e già autore della splendida soundtrack de La finestra di fronte. All’uscita americana La ricerca della felicità ha conquistato la cima del box office rendendo Gabriele Muccino il primo regista italiano della storia del cinema a riuscire in una simile impresa. Ma, a prescindere da simile exploit commerciale, si tratta di una storia struggente ed indimenticabile. Da non perdere.

La ricerca della felicità - The Pursuit of happyness, regia di Gabriele Muccino, con Will Smith, Thandie Newton, Jaden Smith, Chandler Bolt, Domenic Bove, Ian Baptiste, Aida Bernardino, Mia Bernardino, Richard Bischoff; drammatico; U.S.A.; 2006; C.; dur. 1h e 57’

HUGO CABRET

Era scontato che La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick dovesse diventare un film prima o poi, e questo per la sua intrinseca peculiarità di essere un libro in cui le parole illustrano le immagini, una via di mezzo tra una graphic novel e un romanzo per ragazzi, insomma. Martin Scorsese è riuscito nel non trascurabile compito di portare sul grande schermo, a colori e in 3D, un libro illustrato per metà a carboncino (dunque in bianco e nero) che sulla magia del cinema ha riposto le sue maggiori sorprese narrative. La storia è bella, intrigante e misteriosa fin dall'inizio: l'azione è ambientata nella Parigi degli anni Trenta, Scorsese ci porta sulle tracce di un ragazzino che vive nei meandri di una stazione ferroviaria, intento a tenere in efficienza i molteplici orologi disseminati qua e là, oltre che a rubacchiare per sopravvivere e per procurarsi i pezzi di ricambio per uno strano automa a forma di scrivano, una sorta di complesso carillon architettato da un genio o forse da un mago, chissà... Il ragazzino in questione si chiama Hugo Cabret, sogna di diventare un illusionista e purtroppo è orfano: suo padre, impareggiabile orologiaio, è morto in un incendio nel museo in cui lavorava, lasciandogli come unica eredità l'automa che Hugo sta disperatamente cercando di riparare, convinto che il padre abbia lasciato il suo ultimo messaggio all’interno dei suoi ingranaggi. Il buon Hugo è stato adottato da uno zio alcolizzato incaricato della manutenzione degli orologi della stazione, che un bel giorno è scomparso abbandonandolo a se stesso. Pizzicato a rubare ad un chiosco di giocattoli della stazione i pezzi di ricambio di cui ha bisogno, Hugo fa la conoscenza di Isabelle, la figlia adottiva del gestore, che stranamente porta al collo una chiave a forma di cuore che pare fatta apposta per attivare l'automa del giovane protagonista: da quel momento Hugo si troverà così coinvolto anima e corpo in una fantastica avventura sospesa tra illusione e realtà. E in questo non c'è davvero niente di strano, se consideriamo che il gestore del chiosco di giocattoli altri non è che il grande Georges Méliès, uno dei padri fondatori del cinema insieme ai fratelli Lumière, nonché il cineasta che inventò gli effetti speciali cinematografici. Dopo tante impeccabili ricostruzioni d'epoca Martin Scorsese ha scelto di portare sul grande schermo un romanzo per ragazzi dall'afflato dichiaratamente fantastico, per quanto ambientato in un passato cronologicamente molto marcato: impegnato in un'avventura filmica d'impronta tipicamente spielberghiana, il vecchio maestro newyorchese ha fatto centro per l'ennesima volta in carriera. Hugo Cabret è un bellissima storia di formazione e soprattutto un grande film sul cinema: "È come L'isola che non c'è, L'isola del tesoro e Il mago di Oz messi insieme", per dirla con una battuta di Isabelle. Lo si capisce fin dalla ripresa panoramica che ci fa entrare direttamente dentro la storia per non uscirne fino ai titoli di coda. Assolutamente da non perdere.

Hugo Cabret, regia di Martin Scorsese, con Asa Butterfield, Chloe Moretz, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Jude Law, Emily Mortimer, Michael Pitt, Christopher Lee, Ray Winstone, Michael Stuhlbarg, Helen McCrory; fantastico/avventura; U.S.A.; 2011; C.; dur. 2h e 7’

BILLY ELLIOT


Per certi versi il cinema inglese può ringraziare gli anni di piombo in cui la Lady di ferro Margaret Thatcher rivoluzionava l’economia nazionale stringendo la cinghia e costringendo torme di operai ad un futuro senza occupazione od a scioperi privi di futuro: è proprio a quel controverso periodo che si sono ispirati Mark Hermann con Grazie, Signora Thatcher! e Peter Cattaneo con The full monty, due divertenti commedie accomunate dal desiderio di riscatto sociale dei protagonisti. Non fa eccezione in tal senso nemmeno Billy Elliot dell’esordiente Stephen Daldry, ultimo fenomeno del Regno Unito in termini d’incassi, che è riuscito nella non facile impresa di mettere d’accordo pubblico e critica. Siamo nel 1984: Billy Elliot è un tranquillo undicenne che vive negli squallidi sobborghi di una cittadina inglese, ha da poco perso la madre, vive con una nonna (molto) svagata ma simpaticissima, un fratello maggiore e un padre, entrambi minatori ed entrambi impegnati in uno sciopero ad oltranza che sta mettendo a dura prova la sopravvivenza della famiglia. La miniera tra l’altro sembra costituire il futuro più probabile per Billy, semplicemente perché questo è il destino dei ragazzi della sua estrazione sociale. Allo stesso modo l’unico sport… praticabile per un rampollo della classe operaia, come lui, è il pugilato: il ragazzo però non è tagliato per i pugni, anzi è semplicemente negato e finisce spesso al tappeto, ma è proprio in palestra che sboccia la sua improvvisa passione per le lezioni di danza della coriacea Mrs. Wilkinson, che comincia a insegnare proprio quando finisce la lezione del buon Billy. E così, fatalmente, lasciati i vecchi guantoni paterni per le scarpette da ballo, Billy dovrà lottare non poco contro l’incomprensione familiare per la sua innata e crescente propensione artistica. Ma siamo pur sempre nell’ambito di una commedia: dopo tanti sfoghi danzanti per i vicoli del suo quartiere, la testardaggine della sua insegnante lo porterà a tentare un’audizione alla prestigiosa Royal Ballet School di Londra. Ed è con l’elettricità (letteralmente) liberata ballando che Billy lascerà lo squallore suburbano della città natale per trovare la sua strada e coronare il suo amore per il balletto. Oltre che una splendida storia di formazione, Billy Elliot è l’ennesima favola di riscatto sociale: il piccolo protagonista danzando si trasforma in elettricità, lascia la scatola chiusa del suo mondo ristretto per l’arte, smette di essere soltanto un ragazzino della working class, si libera dai vincoli sociali librandosi nella fantasia di un futuro diverso. Nel cast di ottimo livello spiccano Jamie Bell e Julie Walters, bravissimi nelle loro schermaglie didattiche. Strepitosa la colonna sonora, caratterizzata da un pugno di classici rock e punk (soprattutto i T.Rex di Marc Bolan ma anche Jam, Style Council e Clash). Si tratta di una semplice favola, certo, ma dove tutto va per il verso giusto e in certi momenti davvero toccante. In tralice Stephen Daldry tocca con sensibilità il tema della diversità e degli stereotipi di genere. Assolutamente da vedere.

BILLY ELLIOT, regia di Stephen Daldry, con Jamie Bell, Julie Walters, Gary Lewis, Jean Heywood, Stuart Wells; commedia; Gran Bretagna; 2000; C.; dur. 1h e 50’

I DIARI DELLA MOTOCICLETTA

Due amici partono da Buenos Aires nell’anno 1952 in sella ad una moto sgangherata: si chiamano Ernesto Guevara de la Serna detto Fuser, ventitré anni, e Alberto Granado detto Mi Al, ventinove anni. La due ruote invece è una vecchia Norton 500 ribattezzata “La Poderosa”, destinata ad abbandonarli tremila chilometri e rotti più in là. Sono soltanto due giovani come tanti che partono alla scoperta dell’America Latina: Ernesto Guevara è ben lontano dal diventare un mito soprannominato “Che”, basco in testa, cubano in bocca, sguardo perso nell’avvenire della rivoluzione che campeggia deciso su una bandiera rossa al vento. Ne I diari della motocicletta da Buenos Aires non parte un rivoluzionario, ma uno studente di medicina di belle speranze e d’estrazione borghese, pieno d’attesa per l’avventura on the road che attende lui e il suo migliore amico. Il viaggio durerà otto mesi e porterà i due protagonisti lungo un accidentato itinerario di oltre dodicimila chilometri da un capo all’altro dell’America del Sud, aprendo loro realtà prossime ma sconosciute: tra Cile, Perù, Colombia e Venezuela, i due incontrano variegati personaggi, scoprono tradizioni che ignoravano, assistono alle meraviglie Incas di Machu Picchu, e si accorgono al contempo dell’esistenza di popoli che soffrono, prendono coscienza delle ingiustizie sociali che l’insorgente consumismo sta creando un po’ ovunque, realizzano che talvolta tra i sani e i malati in mezzo scorre un fiume (e che è un gesto molto simbolico attraversarlo per condividere un bel momento). Prodotto dal sempre impegnato Robert Redford, I diari della motocicletta è basato sugli omonimi diari scritti da Ernesto Guevara e dal biochimico Alberto Granado, ancora vivo, vegeto e loquace in quel di Cuba (come si evince dal cameo finale) ai tempi in cui il film fu diretto dal brasiliano Walter Salles, classe 1956, già autore del pluripremiato Central do Brasil, che è riuscito a realizzare un miracolo di compostezza, anche grazie al coinvolgente entusiasmo del protagonista messicano Gael Garcìa Bernal (già apprezzato in Amores perros), rifuggendo facili cadute retoriche nel mito che il giovane protagonista sarebbe diventato in futuro, attento nel dar vita al giovane Ernesto con la sua timidezza, la sua asmatica fragilità e la sua disarmante sincerità. In questo film del mito del Che figura soltanto l’origine, attraverso una presa di coscienza appassionata e malinconica al tempo stesso delle ingiustizie del tormentato continente latinoamericano, una sterminata terra di meticci di cui il rivoluzionario che sarà si augura la futura unità in un sentito brindisi. I diari della motocicletta ci regala l’attimo in cui un giovane medico alle prime armi cominciò ad evolversi in un mitico eroe attraverso un germoglio d’impegno sbocciato forse in una notte all’aperto davanti agli occhi taglienti di due campesiños, marito e moglie sfrattati dalla loro terra da un padrone ingiusto, dall’oggi al domani, per un credo politico discordante, costretti ad elemosinare una giornata di lavoro rischiando la vita in miniera. I diari della motocicletta presenta anche il rovescio della medaglia, mostrandoci i mille espedienti dell’affiatato duo per sbarcare il lunario tirando avanti il loro viaggio il più a lungo possibile, come qualunque giovane con pochi soldi in tasca cerca sempre di fare. Una gran bella storia d’amicizia on the road ricca di emozioni ed intensamente umana: alla fine il cerchio si chiude con la certezza che un vero viaggio ci cambia per sempre, rendendoci diversi da chi eravamo al momento di partire.

I diari della motocicletta (The Motorcycle Diaries), regia di Walter Salles, con Gael García Bernal, Rodrigo De la Serna, Mía Maestro; Usa/Germ./Gran Bret.; avvent./biogr.; 2004; C.; dur 2h e 6’

SUPER SIZE ME

Ci sarà un motivo per spiegare perché il popolo americano sta diventando sempre più grasso? Due ragazze nel 2002 hanno citato McDonald's...